Partecipare o no alla manifestazione di protesta contro il G8? La mia indecisione si era protratta fino a giovedì sera, nella consapevolezza che denigrare la Globalizazione è pura ipocrisia; la cosa che non quadra però, è che il controllo di questa sia in mano a otto rappresentanti dei paesi più industrializzati (=più ricchi) con tutte le implicazioni del caso.
Presa una posizione in merito, la mia presenza, anche se in ritardo, è confermata.
Sabato mattina, ore 7, Alessandria. Il ritrovo delle varie organizzazioni è in diverse zone della città; purtroppo Francesco, il mio riferimento per questa giornata, non è riuscito a trovarmi un posto sul pulman dei Cantieri Sociali, assieme al gruppo delle Calebasse. Vengo così dirottato su un altro mezzo, e mi ritrovo a fare il viaggio assieme ai rossi di Rifondazione.
Comincia così una giornata fuori da qualsiasi schema conformistico.
Alla prima tappa, Novi, siamo già una carovana di 5 autobus, scortati da 2 auto della polizia e una della Digos.
Al primo autogrill, il numero dei mezzi sale a più di 10, cominciano i primi problemi logistici, e riesco a contare 13 auto fra carabinieri, Digos, stradale e polizia.
Dopo non molto, mi addormento e non conto più niente.
Al mio risveglio non siamo molto distanti da Nervi, il punto in cui i mezzi di trasporto ci scaricheranno per impossibilità a proseguire.
Di nuovo sulle mie gambe (che mi dovranno sostenere per tutta la giornata) ritrovo facilmente Francesco, mi aggrego al suo gruppo, e con tutto il resto delle persone che gia affollano la zona ci dirigiamo verso il punto di ritrovo per la manifestazione.
Un paio di chilometri a piedi, e di gente c’è né già parecchia, è già un corteo che tranquillamente, sotto un sole che non promette clemenza, si dirige verso la piazza da cui comincerà la manifestazione.
Un po’ di salita e la lingua mi striscia per terra, con rammarico scopro di aver dimenticato cappellino e occhiali da sole, così riciclo la t-shirt di ricambio trasformandola in bandana.
Intanto qui ci sono molti gruppi di Greci che fanno propaganda, ma anche tante piccole altre realtà da tutte le parti del pianeta, ci si scambia brevi battute e si cerca un po’ di ombra.
La troviamo in una stradina laterale dove si decide di aspettare il resto di quello che sarà il nostro gruppo.
Ora sono col gruppo Calebasse di Alessandria (che si occupa di mercato equosolidale) che si inserirà col grosso della Rete Lilliput, un’organizzazione che riunisce molte piccole realtà che hanno in comune "la volontà di lottare contro i gravi problemi che affliggono il mondo da un punto di vista sociale e ambientale". Dopo un po’ di tempo in cui qualcuno coglie l’occasione per consumare il proprio pasto, capiamo che l’appuntamento è saltato, così incomincia la ricerca tramite cellulare per un nuovo punto di incontro. Di quella trentina che siamo, cominciamo a spostarci verso Corso Italia, la zona della manifestazione, tagliando da alcune vie secondarie già piantonate dalla polizia. Non c’è nessun problema, ci lasciano passare, ci danno indicazioni, comunque per prudenza decidiamo di camminare sul marciapiede, senza mostrare gli striscioni.
Un ultima curva, e ci ritroviamo in una stradina che si infila direttamente in Corso Italia, allagata dal fiume di gente.
Mentre i manifestanti sfilano davanti a noi, facciamo un po’ da spettatori, attendendo il nostro turno. L’attesa dovrebbe essere breve, visto che il grosso della Rete Lilliput è un centinaio de metri prima, anche loro in attesa. Non vogliono accodarsi al gruppo dei Greci, preferendo inserirsi più indietro. Quando passano davanti a noi, comprendiamo da dove nascono i loro timori: i Greci sono tanti, sono compatti, ma soprattutto lo vedi che sono molto incazzosi.
Ma l’attesa si protrae per quasi un ora, ed avere il mare li a pochi metri ti fa aumentare l’intolleranza al sole… altro che cappellino, qui ci voleva la crema solare!
Poco prima di cedere allo sconforto finalmente questi benedetti dell’organizzazione ci passano davanti, e così ci si infila.
Sono nel corteo.
L’euforia dura poco. Si cammina per poche decine di metri, si rimane bloccati anche per diversi minuti. Corso Italia, gremito di gente, non concede un fazzoletto d’ombra, non si espone ad un filo di vento. Ma la marcia continua, sempre avanti, tutti assieme, si discute, si canta e si ride, e ci si comincia a guardare attorno. Osservo il primo palazzo alla mia destra, poi il secondo, il terzo. Dentro di me sorge il dubbio che siano disabitati, un quartiere abbandonato. Ma so che non è così, so che dietro a tutte quelle tapparelle abbassate c'è qualcuno. Guardo la gente intorno a me: tanta, accaldata, rumorosa, intonata e non, spiritosa, provocatoria, determinata, civile. Facciamo così paura?
In una delle numerose soste ci si ritrova sotto un palazzo, dove ad un'unica tapparella alzata una coppia osserva dall’alto. Qualcuno da sotto dice qualcosa, e la signora rientra in casa. Dopo pochi istanti riappare, sventolando un paio di mutande… L’ovazione unanime riempie il corso, applausi, cori di incitamento, e si riparte più sollevati di prima.
Alle cose positive cominciano ad affiancarsi episodi spiacevoli; scritte sui muri, vetrine rotte, persone che passano di fianco alla manifestazione con caschi improvvisati e maschere antigas… una caserma dei carabinieri, visibilmente reduce da una sassaiola, ci sfila di fianco; molti manifestanti stanno facendo cordone davanti al cancello d’entrata, per evitare che qualcuno si avvicini. Una cinquantina di metri oltre il cancello, lo stretto passaggio è sigillato da un quadruplo schieramento di scudi.
Gli elicotteri passano in continuazione, ci monitorano, si fanno sentire. Uno appartenente all'arma dei carabinieri si sofferma sulla nostra zona, a mezz’aria, per lunghi istanti. Siamo immobili, guardiamo verso l’alto, e lentamente tutti alziamo le braccia verso il cielo, in silenzio, un gesto che non faccio solo col corpo.
Francesco non è tranquillo, dice che sente troppa tensione. Io faccio mente locale, forse l’unica cosa che mi intimorisce è l’enorme quantità di corpi che percepisco coinvolti in questa situazione. Ho tempo di pensare, perché siamo fermi da mezz’ora, qualcuno ormai seduto per terra, anche se asfalto è incandescente. Voci parlano di problemi giù a piazzale Kennedy, il punto dove il percorso della manifestazione devia dal lungomare per attraversare la città, fino allo stadio Marassi, in centro. Telefonate di parenti rimasti a casa cominciano ad affollare i telefonini di quelli che mi trovo attorno.
Dopo una decina di minuti il corteo riprende ad avanzare.
Si sale l’ultimo tratto di corso Italia, verso il punto più alto. La velocità non è più costante, e le persone che finora avevano fatto cordone attorno al gruppo per mantenerlo unito senza intrusioni da esterni, cominciano ad avere difficoltà ad organizzarsi. Vedo poco avanti le persone di Alessandria, e con le altre con cui sono le raggiungiamo, mentre Francesco rimane indietro. Gli do un’ultima voce, per poi perderlo definitivamente.
Gli ultimi passi, poi, appena arrivati in cima, la città di Genova si apre ai nostri occhi.
Una cosa sorge istantaneamente fra tutti i pensieri e gli stati d’animo che nascono in me: la consapevolezza che laggiù, a piazzale Kennedy, si stanno legnando di brutto.
Le colonne di fumo nero fanno perdere identità al luogo in cui mi trovo, perché non riesco più a ravvisare nulla di Genova in quello che vedo fra una testa e l’altra della gente ora pericolosamente scossa, ora che comincia a farsi domande. Nubi nere e nubi bianche, mentre osservo le traiettorie dei lacrimogeni incredibilmente alte cerco di selezionare pensieri, di non perdere il contatto con la realtà. Mi chiedo che fare, mentre la discesa ci porta velocemente verso l’odore di bruciato, maledetto odore che non mi lascerà più in pace dopo questo…
Dietro ci sono 50.000 corpi che spingono, ma anche se sembra illogico l’istinto di andare avanti e continuare si rafforza, nella consapevolezza di essere nel giusto, di portare avanti una manifestazione pacifica, uniti nello stesso ideale, solo un po’ più spaventati.
Cominciano a crearsi problemi all’interno del corteo, il gruppo del Il Manifesto che era nell’atro viale cerca di inserirsi spaccando il cordone della Rete Lilliput. Si viene alle parole, io avanzo nel tentativo di non perdere il contatto con gli alessandrini.
La strada spiana, c’è meno visibilità. Il piazzale è irraggiungibile, ma per fortuna la manifestazione è riuscita a deviare alcune vie prima, procedendo parallelamente al Viale delle Brigate Partigiane. Mentre si curva non si sa bene se correre o rimanere compatti, molti alzano le braccia, altri incitano a non lasciare spazi nel corteo, la tensione è alta, vediamo la gente che dalla zona della Fiera corre verso di noi cercando di allontanarsi dalla zona degli scontri, il rumore di quegli attimi è indescrivibile, una cacofonia di suoni spaventosi, increscendo.
Poi fortunatamente, appena entrati in questo viale, la pressione cala quel tanto da potersi riorganizzare, sono ancora in mezzo ai numerosi della Rete, trovo lo spazio per muovermi. Si cammina spediti, col cuore in gola, non ho il tempo ne l’attenzione per capire in che cavolo di strada sono, se via Casaregis o altro. Una ragazza di fianco a me piange, sento che parla da sola: "Oggi non dovevano uscire, avevano detto che oggi non uscivano…"
Già. Il Blocco Nero.
Guardo, cerco, ma non riesco vederli. L’unica cosa che vedo, è la devastazione totale in cui stiamo passando, con cassonetti ribaltati, vetrine sfondate, auto cappottate e bruciate, uno scenario che non riesco a descrivere, perché solo in quegli istanti sono riuscito a concepirlo come reale…
Dopo circa 500 metri un’altra deviazione fa capire l’intenzione di rientrare sul percorso ufficiale della manifestazione. Siamo ormai lontani dagli scontri? L’incertezza è grande, troppo, qualcuno rallenta, si perdono le file, non si è più compatti, si creano dei buchi.
Avanzo, avanzo, non vedo, credo che il prossimo incrocio sia quello con Brigate Partigiane. Il corteo improvvisamente rallenta, si compatta. Si ferma.
Il viale è largo, ma viene presto riempito. Non capisco.
Poi molti alzano le braccia. Mai indietreggiare in una manifestazione. Ma qualcuno indietreggia. Così mi ritrovo fra le prime file, ed ora riesco a vederlo.
A circa 100 metri davanti a noi il cordone della polizia ci sbarra la strada.
Istintivamente alzo le braccia, in un silenzio antisonante, silenzio, tutto è immobile, immobile. Solo un grido sale dalle nostre file: "Non avanzate, hanno capito!"
"Hanno capito…"
Alcuni suoni sordi, le fronde di un albero vengono smosse, poi il primo lacrimogeno passa un paio di metri alla mia sinistra e si infila nella folla.
Poche e confuse immagini riesco a ricordarmi di quegli attimi. Alcune detonazioni, seguite da rumori metallici provenienti dalle facciate dei palazzi. Ancora fermi, mentre con lo sguardo fisso in avanti vedo la traiettoria del fumo bianco che colpisce l'asfalto poche decine di metri davanti a noi, ribalza. ruoto la testa verso sinistra per seguire la sua corsa, mentre una signora da voce ai miei pensieri: "Ma... no... cosa stanno facendo..."
Mi ritrovo in mezzo ad una folla in fuga, a testa bassa mentre gli occhi mi si riempiono di lacrime tanto da non riuscire a vedere dove mi sto dirigendo, cerco di respirare ma sembra che i miei polmoni siano bloccati, mi ripeto di stare tranquillo, ma attorno a me sento solo il panico, schiene altalenanti senza più nome.
L'aria fresca sul mio viso, mi guardo attorno e mi ritrovo ad osservare la faccia di una persona che non conosco, i suoi occhi sono terribilmente rossi; anche lui mi fissa.
Infilo la mano nello zainetto, cerco qualcosa di utilizzabile per strofinarmi gli occhi, mentre dentro di me sale una rabbia talmente inaspettata che mi spaventa, riportandomi però a quel minimo di consapevolezza che avevo perso.
Sono solo in mezzo a migliaia di persone. Sale un coro che inneggia alla non-violenza, nel mio grido scarico tensione e paura, non ci abbasseremo al loro livello, sarò coerente alla mia scelta, sono qui e ora stranamente ancora più convinto di essere nel giusto.
Ancora 500 metri, ancora una deviazione verso sinistra. Qualcuno non ce la fa, crolla; è l'immagine di poco prima che si ripropone. Io non ho comunque scelta, isolato dal mio gruppo ho come unico riferimento la meta finale del corteo, nella zona di Marassi.
Mi infilo veloce in Brigate Partigiane ridotto a campo di battaglia, mentre ora i cori che salgono dai manifestanti, pur essendo gli stessi di poche ore prima, sono di una forza impressionante, e ne coprendo il motivo, anche se non so dargli un nome.
Poco avanti a me intravedo alcuni alessandrini; quando gli comunico la mia presenza ricevo come risposta sguardi basiti. Nell'impegno di non perderli ancora ignoro gli eventi successivi, fino a quando il gruppetto non decide di staccasi dal corteo.
C'è una madre con figlio a seguito che dichiara l'assurdità di continuare. Gli altri tre concordano. Non biasimo il loro punto di vista. Essendo la mia ultima sicura possibilità di tornare a casa, in silenzio li seguo in una via laterale. Guardo un ultima volta la massa del corteo; sei il loro scopo era quello di disperderci, almeno nel mio caso hanno vinto loro.
Ci ritroviamo in mezzo a gente che come noi cerca di allontanarsi dal luogo della manifestazione, la tensione è ancora alta. Un paio di persone si mettono a correre, ed in pochi attimi si crea il panico, poi per fortuna qualcuno si volta e riesce a contenere il falso allarme.
Continuiamo ad allontanarci, ma alla mia destra, in fondo alle strade che tagliamo, continuo a vedere la celere schierata, e continuo a camminare.
Salite un po' di scalinate ci si sente più al sicuro. Ad una fontana riesco a lavarmi le braccia e la faccia, per fortuna grazie alla maglietta che tenevo sulla testa i capelli non sono stati contaminati.
Armati di cartina comincia l'esodo di ritorno. Riusciamo a sapere che i pulman sono stati spostati da Marassi a Staglieno, una zona molto più sicura. Una del gruppo in modo quasi paranoico vuole spostarsi il più lontano possibile dal corteo, proponendo percorsi assurdi. Si raggiunge un compromesso, e la circumnavigazione comincia.
I quartieri che attraversiamo sono ancora segnati dagli scontri dei giorni precedenti. Rimaniamo parecchi secondi ad osservare quello che rimane di una banca, una stanza annerita con della cenere sul pavimento. Continuiamo, con la voce che sale dal palco del GSF sempre presente; nel punto più alto abbiamo uno scorcio di Genova: mi ricorda la scena di un film, una città in fiamme con un unica voce amplificata che dilaga, mentre gli elicotteri la sorvolano in continuazione...
A tre ragazze del posto chiediamo informazioni. Il modo in cui ci fissano è una delle tante cose terribili che non dimenticherò facilmente.
La giornata finisce mentre chiediamo le ultime informazioni ad un vigile urbano, la sua gentilezza è totalmente aliena ai fatti della giornata, ma ormai l'unica cosa che ci frega è che dall'altra parte della strada c'è un baracchino dove vendono angurie...
Di tre che siamo rimasti, ci ricongiungiamo al resto del gruppo dei Cantieri Sociali man mano che ci avviciniamo al pulman. Sorrisi e abbracci, ci si comincia a contare. Chiedo in giro, ma nessuno ha visto Francesco. Intanto che aspetto scambio due parole con una ragazza che nella manifestazione era non molto più avanti di me: quando il corteo è stato spezzato si è trovata nel troncone che ha proseguito. Stando a quanto racconta, mentre dalla mia parte venivamo bloccati e dispersi, loro venivano caricati alle spalle dalla celere, lungo il Viale. Ma di voci ne arrivano tante, di gente bloccata il Corso Italia, chiusa dai due lati, di cariche a freddo contro chi tentava di raggiungere i pulman, tante altre voci a cui non posso dare conferma ma che comunque spero trovino spazio in qualche altro diario.
Appena si viene a sapere che i nostri sei dispersi sono riusciti a prendere il treno a Bolzaneto, comincia il viaggio di ritorno.
Sono le 18:30.
Il viaggio mi permette di riordinare pensieri ed emozioni, appurare che sono cotto dal sole e finalmente mangiare il mio panino, anche se sembra di infilarmi in bocca in pezzo di stoffa.
I lacrimogeni non lasciano un buon gusto.
E così questo è il resoconto del mio 21 luglio 2001 passato a Genova, così come l'ho vissuto, come l'ho sentito. Non appartengo a nessuno schieramento politico, non voglio fare alcun tipo di propaganda, ne strumentalizzare la cosa per screditare qualcuno: io dichiaro solo quello che ho visto personalmente perché c'ero, perché ero consapevole di ciò che stava accadendo.
Io, assieme al gruppo della Rete Lilliput e diverse centinaia di manifestanti pacifici, mentre eravamo fermi, senza cenni a voler avanzare o darsi alla fuga, SENZA ALCUNA PROVOCAZIONE, siamo stati oggetto di un ATTACCO SISTEMATICO da parte delle forze dell'ordine, con lancio di lacrimogeni ad altezza uomo che hanno provocato confusione e panico, con il conseguente rischio di venire calpestati durante la fuga di massa che ne è conseguita.
Posso dubitare su tutto il resto, ma questo è accaduto veramente.
Nicola Agoglio