21/8/2001 – Martedì – Secondo giorno a Dublino

 

· Ormai siamo quasi giunti al termine del nostro viaggio, e si vede. D’ora in poi l’ignavia sarà grande protagonista delle nostre giornate. Oltretutto abbiamo perso un quarto dei componenti della spedizione, e questo ci intristisce (anche se sul pulmino ora si sta belli larghi).

· Ci svegliamo tardi e con i postumi della sbornia. La sveglia viene data dal vento che ha soffiato forte tutta la notte. il Kuda, preoccupato per il suo tendone da cinque alto due metri, scende in fretta dal furgone e si attacca a una bacchetta a fare da sostegno.

· Dopo un rapido consulto si decide di smontare la tenda. Facile dirlo, ma un telo di dieci metri quadrati non è facile da chiudere, soprattutto con un vento a forza mille.

· Realizzata l’infelice impresa ci rendiamo conto, godendone, che tutti i campeggiatori (ottimisti sulla tenuta delle tende moderne) hanno lasciato le tende montate a sfidare il ciclone. Le dovranno raccogliere con il cucchiaino. Lo stesso vale per i nostri vicini, una coppia di neo-freak, che hanno perso completamente il copritenda e tutti i vestiti che nella foga erotica devono aver gettato fuori dal giaciglio. Noi siamo felici di questo.

· Da notare il Baldo che, durante tutto questo casino, dormiva beato dentro al Rocco, ancora completamente in botta dalla sera prima.

· Il furgone puzza da far paura a causa dell’alito alcolico del Baldo e del Kuda e dell’alito malato e marcio del Pj. Indi, andiamo a farci una bella doccia, per lavarci via la sbronza dalla testa.

· L’omone proprietario del campeggio passa molte volte di fianco al nostro campo, e dopo un po’ decidiamo di confessargli che siamo in sei. Avevamo paura del suo fisico corpulento, poteva staccarci la testa con una manata.

· Mentre ci rechiamo in cucina, ci godiamo la scena biblica di uno stormo di uccelli che cerca di volare controvento. I poveretti vengono ripetutamente catapultati a terra, però sono fighi.

· La mattinata è già agli sgoccioli a causa dell’ebbrezza della sera prima, e cuciniamo (indovinate un po’) meatballs e fagioli. Non ne possiamo più. Il Baldo, devastato dalla sete, compra duecento lattine al distributore automatico, e poi passerà in rassegna tutti i duemila cessi del campeggio, pisciando come un invasato.

· Lasciamo il campo con solo un telo ben picchettato, a segnare dove dovrebbe sorgere una tenda.

· Mentre stiamo lasciando il campeggio, incontriamo una coppia di italiani che avevamo conosciuto la sera prima, a cui il vento ha letteralmente distrutto la tenda (che tra l’altro era dei loro amici). I piccioncini si devono dirigere in centro per cercare un ostello, quindi decidiamo di dar loro un passaggio.

· Ci dirigiamo quindi verso la capitale, sfigurati nel corpo e nell’anima. Parcheggiamo il piccolo Rocco davanti all’ostello dell’altro giorno, perché lì non si paga. Pj è ancora malato e, non avendo noi un posto migliore dove lasciarlo, lo abbandoniamo dentro al furgone tutto il pomeriggio. Dopodiché si visita Dublino con la compostezza di bradipi scioperati.

· A un certo punto decidiamo che è giunto il momento fatale dell’acquisto dei regali per quelli che sono rimasti a casa. Ci infiliamo quindi in un negozio che vende schifezze e spendiamo gli ultimi soldi rimasti in vaccate con l’effigie della Guinness, nel più puro stile turista-imbecille. A Italo prendiamo un grembiulino da cucina!

· Strepitoso il Kuda che, alla cassa, ci chiede se gli prestiamo una sterlina (altrimenti sarebbe costretto a cercare i soldi nell’astuccio che tiene al sicuro all’interno dei pantaloni). Noi ovviamente vogliamo che faccia la figura di merda, e non gli prestiamo niente! La scena è da film, col povero Kuda, col volto paonazzo che si ravana furiosamente nei pantaloni, trattenendo le risate (e uscendo così in un’involontaria espressione da maniaco) davanti alla cassiera. Chiunque, da fuori, l’avrebbe scambiato per un depravato che si trastullava l’arnese in pubblico. Questa scena ha fatto ridere anche Sala, il che la dice tutta.

· Scartiamo l’idea di visitare la fabbrica della Guinness e del Jameson, perché sono a pagamento e ci hanno detto che sono una fesseria da evitare accuratamente.

· Andiamo a visitare il castello (un altro!) di Dublino, con Sala in pole position. Giunti in loco vomitiamo tutto il nostro disprezzo: non solo non sembra un castello, ma assomiglia al retro di una fabbrica di bulloni! Visibilmente indifferenti alla cosa ci adagiamo sul prato adiacente a giocare a Poker. Ora in attivo ci sono, oltre a Ceppi, anche il Baldo e, di poco, il Kuda.

· Torniamo al Rocco e Ceppi chiede a Pj: "allora, cosa hai fatto oggi di bello?" Pronto l’infermo risponde: "Ho cagato!" (ad un certo punto del pomeriggio è stato colto da stimolo improvviso ed è corso fuori dal furgone alla ricerca di un McDonald’s dove potersi scaricare)

· Salendo sul Rocco ci accorgiamo di una macchia unta e puzzolente su una delle portiere. Nascono le ipotesi più disparate sulla provenienza della fetida macchia: cane incontinente e superdotato, corvo affetto da cagotto, busone fortemente voglioso del Pigei dormiente… Alla fine scopriamo che il lungodegente, preso dalla fame, aveva scolato l’olio di una lattina di tonno al di fuori del finestrino. Quel giorno la sua malattia non gli permetteva di fare troppi sforzi, se non quelli strettamente necessari.

· La sera si esce nuovamente con Stefano e la Silvia, e andiamo alla ricerca di un pub. Finiamo in un posto strapieno, tanto che il Baldo e Giulio sono costretti ad andarsi a fregare uno sgabellone alto sei metri, e ad appollaiarsi li in cima di fianco al tavolo occupato dagli altri. Per l’occasione, il brindisi a Epeo lo si fa con un bicchiere di coca cola. Facciamo un casino bestiale con il conto, e abbiamo l’impressione che ci abbiano gabbato alla grande; fatto sta che Ceppi paga due volte la sua coca cola.

· Sto posto ci fa schifo e andiamo a cercare un altro pub, possibilmente con dei tavoli vuoti. Dopo un po’ di peregrinare ci diciamo "ma che bello questo!" Entriamo, e scopriamo che è quello di ieri. Ci accomodiamo comunque.

· A fine serata cambiamo nuovamente pub, e finiamo nel salone dei ricevimenti della regina Elisabetta. Un pub pauroso, tutto decorato in stile Vittoriano, che ben poco ha a che fare con la nostra ormai totale ronciosità.

· Riaccompagniamo a casa Ste e la Silvia, e salutiamo il vomito di Giulio del giorno prima, che ancora fa bella mostra di sé.

· I nostri eroi rientrano al campeggio abbastanza presto (l’una? L’una e mezza?) e si ritrovano senza tenda. Il povero Rocco non può bastare per tutti, e poi l’odore sarebbe insopportabile. Scartata l’idea di stendere i sacchi a pelo nei bagni (ma per lunghi minuti è rimasta in cima alle preferenze), si decide di montare la tenda alla luce dei fari del furgone. Prima però scegliamo un posto più riparato dal vento, che, evidentemente, qui non ha mai smesso di soffiare. Le scelta ricade su una piazzola vicino a una tenda alta, dove presumibilmente dorme una allegra famigliola. Facendo il minor rumore possibile (ovvero un casino bestiale) si monta l’unica tenda rimasta sana per l’ultima volta in questa vacanza, e dopo questa bella faticata, ci assopiamo in un meritato riposo.

 

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