5/8/2001 – Domenica – La partenza

 

· Ore 6.00: siamo tutti svegli in trepida attesa di Kuda che dovrebbe passare a prenderci a bordo di Rocco, il mitico furgone a nove posti noleggiato presso l’uomo più menefreghista del mondo, un vero ficcato.

· Ore 6.45: Baldo e Ceppi vanno a casa di Kuda a sbatterlo giù dal letto. Il barbuto se la dormiva della grossa adducendo puerili scuse ("è saltata la luce e non mi è suonata la sveglia")

· A bordo di Rocco raccattiamo tutti i componenti della spedizione, che illustreremo brevemente in rigoroso ordine alla cazzo:

 

q Roberto Codazzi detto Il Kuda, barba folta e spilorceria sparagnina. Il Ghla-Tho-Ghash (dal sanscrito: "colui che mangia la merda")

q Giampaolo Grieco detto Ceppi, che a fine spedizione sarà quasi più barbuto del Kuda, Maestro della pellicola e nemico numero uno del povero Sala.

q Andrea Baldo detto molto semplicemente Il Baldo, pizzo vergognoso in simil-pelo di vulva e caporedattore indiscusso del diario. Il vero intellettuale in mezzo a questa marmaglia.

q Giulio Marchesi detto Ano Parlante, il maestro del rutto col soffio e l’acrobata degli sfiati anali.

q Pierluigi "Pit" Taddei detto Pj, il lungodegente. Già il secondo giorno aveva una tosse catarrosa da primato che lo porterà a viaggiare spesso e volentieri con la febbre a 39. Maestro della contrattazione commerciale. L’uomo senza vergogna.

q Marco Cesaro detto sterilmente Cesaro, lo shogun delle foto repellenti, l’uomo dalla mutanda evidente e dall’abbigliamento succinto. Avevamo paura che soffocasse dentro la sua maglietta attillata.

q Italo Gatelli detto Epeo, il medico senza competenza e il feticista del cellulare, l’exogino e la testa di cono. Buono come il pane e robusto come un Caterpillar. Ma soprattutto tristemente e indefessamente astemio.

q Matteo Sala, detto a furor di popolo Sala ma anche Chester, Tiger, Fat, Angelo, Maria, Samba, Salpa, Sana, Salsa, Il Piccolo, Pisellino, Marrone, Maròn, Il Negro, Kunta Kinte, Puffo, Tappo. Timido, ma con un cuore grande così.

 

· Chiediamo a Italo di portare uno scolapasta visto che è l’unico pezzo che manca al pentolame che ci portiamo dietro. Ovviamente lui ci porta giù uno scolapasta d’argento con le rifiniture, probabilmente parte del corredo della sua bisnonna e soprattutto l’unico presente in casa. I genitori si arrangeranno per tre settimane con uno scolino di plastica.

· Al momento del carico già grosse sorprese: Giulio non si è portato appresso le merendine. Italo è vestito da perfetto turista, stadio uno della mutazione in "testa di cono". Cesaro ha addosso la maglietta della ragazza, dieci taglie in meno della sua. Cerchiamo invano di convincerlo che fa schifo, che sembra un ficcato, che se appena scrolla le spalle gli si vedono le orribili mutande, che le spaccherà la maglietta (povera stella)… Tutto è inutile, è fermamente deciso a mostrare il suo nerboruto petto glabro incurante di tutto.

· Ore 8.15: Facciamo benzina e ci facciamo fare le prime foto dal simpatico Eduardo, che dopo averci immortalati ci chiede con innocenza: "Ma dove andate?". "In Irlanda" rispondiamo noi all’unisono con la freschezza di un chierichetto. "Porco D#o" ci fa eco Eddy. Arricchiti dall’esperienza spirituale entriamo in autostrada.

· Siamo nei pressi di Torino: l’autostrada, invece di continuare sulla tangenziale, muore ad un semaforo. Proprio così, un semaforo. Com’è come non è ci ritroviamo a Torino e siamo ancora più contenti (le disavventure ci fanno quest’effetto galvanizzante), ma già vediamo la prima ruga sulla fronte di Italo come a dire: "ma dove cacchio sono capitato?" Per fortuna incontriamo Lino Banfi che ci manda nella giusta direzione, "gira a destra per Bardounnecchia" (notare il tipico accento pugliese).

· Kuda ha il presentimento che la strada sia sbagliata in quanto avendo noi il sole a sinistra allora sicuramente stiamo viaggiando verso Ovest. Un giorno forse gli spiegheremo che il sole non ha mai tramontato a Nord.

· Siamo in coda al casello. La coda è lunga e Pj spalanca il portellone del furgone "perché fa caldo". Ci avviciniamo dunque al casello completamente scoperchiati e con gli occhi di tutti gli automobilisti puntati addosso. Un ringraziamento particolare a George Clooney che ci fa le foto con l’aria di chi vorrebbe fuggire da una moglie ripugnante e un figlio scocciatore che si porta appresso nella macchina. Buona fortuna amico e buone vacanze a Bardounnecchia!

· Siamo ancora in coda al casello e il Kuda è animato da buoni sentimenti e decide di rispettare la fila.

· Pochi nanosecondi dopo cambia idea e si lancia in avanti scavalcando numerosi posti, e una volta giunto in prossimità del casello difende la posizione sfruttando la superiore stazza fisica del caro vecchio Rocco.

· Ore 12.36: siamo in Francia, abbiamo superato il Frejus e già odiamo questa lingua da busoni. "Gare de Pèage" vorrà dire stazione di pagamento o gara di pisciata?

· Incominciamo il torneo di cinque al due, o briscola chiamata che dir si voglia, che porterà durante tutto il viaggio alla nascita di screzi, odi e piccole vendette personali tra i sette giocatori (il Cesaro ammette di non sapere giocare) che andranno ben oltre il tavolo da gioco.

· Arrivati al traforo del Frejus ci fermiamo ad un autogrill per sgranchirci le gambe e fare il primo cambio alla guida. Pj viene rapito dalla visione di un pullman di irlandesi, per cui va a cercare qualche bella ragazza, ma ritorna con la faccia di chi si è incontrato con un gruppo di vecchie glorie delle Ferrovie dello Stato in gita aziendale.

· Ci fermiamo a Lione a mangiare e Rocco si becca la prima installazione di Bloster™ (durata dell’operazione venti minuti, dato che l’arnese gli andava "stretto"). Già che ci siamo visitiamo la città, che si rivela molto bella ma dalle distanze chilometriche (la gitarella di due orette si concluderà quasi al tramonto).

· Sala ci porta a vedere A PIEDI una turpe cattedrale situata diecimila metri sul livello del mare. Siamo già sfiancati e sudati e sono passate solo poche ore dalla partenza. Per contare le rughe di Italo iniziano a non bastare le dita di una mano.

· Mentre ci godiamo sfiancati il panorama notiamo un barbone con la sua bici probabilmente, a sentirne l’odore, morto dalla fatica qualche giorno prima.

· Essendo all’inizio del nostro viaggio notiamo con tenerezza gli sbandati e i barboni che probabilmente si godono il loro "interrail". Presto ci uniremo a loro e non ci faremo più caso.

· Mentre visitiamo l’allegra cittadina incrociamo una bella fregna accompagnata da Motumbo: un nero gay, ma così gay che al confronto Laetitia Casta ci ha i peli sul petto e canta "Le nozze di Figaro" con bella voce virile.

· Sala, per confondere le acque sulle sue palesi origini camite, disquisisce sull’accoppiabilità della razza bianca e quella nera.

· Pj fa vergognare una povera coppietta di ragazzi Italiani che gli hanno chiesto di far loro una foto urlando a squarciagola "te la faccio io la foto" in mezzo a una piazza della città.

· Giulio si mette alla guida di Rocco, fiducioso di saper padroneggiare il mezzo, mentre gli altri pisciazzano nei dintorni del parcheggio.

· Giulio si immette in una grossa strada a quattro corsie discretamente trafficata. Nella corsia di sorpasso. Contromano.

· Dopo che sei o sette auto ci lampeggiano minacciose ci caghiamo sotto e facciamo retromarcia.

· Giulio centra il marciapiede con la ruota posteriore destra. Buono.

· Tutta la compagnia cerca di adulare Ano Parlante dicendogli che sta andando bene incalzandolo però con frasi del tipo: "sei stanco?" o "vuoi che guidi io?"

· Ore 18.25, puntiamo verso Taizè, luogo dai connotati mitici che il Kuda ci ha descritto in cotal guisa: "possiamo entrare di sgamo e stare lì gratis ed è pieno di fighe"

· Per non spendere venti carte di autostrada ci buttiamo a pesce a razzolare nella campagna Lionese, spendendo ben più di venti carte di gasolio.

· Cesaro dà sfoggio di tutta la sua padronanza del francese e soprattutto delle sue mutande nel chiedere informazioni sulla strada. Ovviamente tutti i paesi indicatici non esistono su alcuna cartina in nostro possesso. Il resto del viaggio viene quindi percorso completamente a caso.

· Ore 20.00, il Rocco è in riserva per la prima volta. Capiterà spesso.

· Siamo a Taizè, non paghiamo alcunché (come da programma) tirando dritti all’edificio dell’accoglienza e parcheggiando bellamente dove più ci piaceva.

· Scarichiamo le valigie urlando come scaricatori di porto: siamo accanto alla "zona del silenzio", ci dice il Kuda.

· Subito si ipotizza la presenza di una zona de "la puoi vedere ma non la puoi toccare" e via via degenerando…

· Giriamo seminudi alle dieci di sera perché andiamo a farci la doccia, situata ovviamente lontanissimo dalle tende.

· Cena meschina con un panino al prosciutto in sette e una scatola di tonno a testa. Le rughe sulla fronte di Italo si moltiplicano.

· Passano due tipi a chiederci se siamo passati all’accettazione a pagare e Kuda è, come la tradizione del diario richiede, lapidario: "We did everything".

· Andiamo dove c’è casino e naturalmente troviamo un gruppo di Italiani che cantano a squarciagola "la cantina buia dove noi respiravamo piano – ano – ano – la figa di Lugano". Dei veri geni. Ci uniamo al coro e iniziano ad affluire numerosi altri italiani, mentre i poveri pallidi, sciapi occhicerulei del nord e dell’est non capiscono più un tubo visto che ormai sto posto è diventato "de noartri".

· Ci infiliamo nel furgone a scrutare una cartina della Francia per decidere la rotta da tenere il giorno seguente. A luce spenta perché ci sono degli sbirri paolotti che fanno il giro del campeggio a controllare che sia tutto in ordine, e siccome non siamo tanto in regola coi pagamenti è meglio evitare di attirare l’attenzione.

· Cesaro piagnucola perché vuole vedere Parigi, poiché non l’ha mai vista. Noi, irremovibili, gli diciamo che è non si può fare, la vedrebbe velocemente in due ore, non visiterebbe niente, Parigi merita di essere vista bene, ecc.

· Si decide che si campeggia in prossimità della capitale (a Fontainebleau) e martedì la si vede in mattinata. Cesaro è felice come un bimbo che si trastulla l’arnese.

· Lungamente gli sbirri paolotti ci intimano di fare silenzio mentre noi vaghiamo dalle tende ai bagni per la toletta serale. Lungamente li ignoriamo.

 

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