LUNEDì 15/10/2001

Alle 8 sveglia piuttosto movimentata. Carlino, in un’area riservata alla dogana, è intento ad assolvere le sue funzioni fisiologiche liquide, accompagnandole con una roboante colonna sonora, quando viene redarguito da un doganiere che parla stranamente un perfetto italiano. Un po’ sorpresi da quest’inattesa presenza e, forse, a disagio ci mettiamo a ridere. Questo fatto irrita ancora di più il ligio funzionario il quale minaccia di elevare contravvenzioni.

Carlino gli spiega pazientemente che ridevamo pensando al furto subito il giorno prima. Francamente, neppure ora, riesco ad intravedere alcun motivo d’ilarità in un fatto del genere, tant’è che, forse impietosito, il milite lascia perdere bofonchiando chissà quali anatemi.

Lo spiacevole incontro non ci toglie l’appetito, colazione al bar, nella cui toilette possiamo soddisfare in tranquillità e "regolarmente" le nostre esigenze corporali.

Andiamo alla gendarmeria a recuperare tutti i nostri averi ad eccezione dei soldi e delle carte di credito.

Ci spiegano che il telefonino lo hanno messo sotto carica loro e che la refurtiva è stata trovata cercando nei fossi.

Non sarebbe corretto affermare che sono collusi, ma il dubbio che ci sia una sorta di tacito accordo tra gendarmi e malviventi si è radicato in tutti noi.

Per l’ennesima volta ripercorriamo la strada per Porto Vecchio ed un po’ prima di mezzogiorno ci riuniamo agli altri alla Palombaggia.

In prossimità della meta incontriamo Alessandro ed Igor che esibiscono i boxer sul manubrio della bici, segno evidente che si sono fermati in qualche angolo ameno a fare il bagno.

 

Sapremo poi che il resto della comitiva, in nostra attesa, si è recato a Santa Giulia, altra località molto bella, percorrendo una trentina di chilometri.

Si trova il tempo di fare il bagno e ci apprestiamo a pranzare.

Tutto è ormai pronto, tavole imbandite, fornelli accesi, pasta da scolare, quando il capo comitiva da l’ordine di sbaraccare tutto con urgenza siccome alle due dobbiamo imbarcarci sull’ultimo traghetto utile della settimana per la Sardegna, questo gli è stato detto telefonicamente dalla biglietteria del porto.

I margini di tempo sono molto ristretti, ma il timore di trascorrere il resto della vacanza in Corsica fa sì che riusciamo ad arrivare al porto di Bonifacio in perfetto orario.

Li giunti comprendiamo di essere stati gabbati, il traghetto, praticamente vuoto, è salpato con 5 camper in più a bordo a tenere compagnia ad un camion di puzzolentissimi e belanti capretti.

Il capo comitiva non finisce di stupirci, affermando che a stomaco vuoto non può affrontare la navigazione, estrae dal suo zaino, simile a quelli di Lene e Gilles, viveri e beveraggi, naturalmente, dopo avere servito tutti, per lui non è avanzato nulla, per fortuna la traversata è breve.

In compenso la bionda Eva, casualmente incontrata sul traghetto, come ogni donna non riesce ad opporsi all’irresistibile richiamo del salame e si abbuffa servita dalle nostre punte di diamante in galanteria o gadanismo.

Andrea le comunica che siamo una troupe di cineasti diretti in Sardegna per girare un film dell’orrore in cui il Cocco, ovviamente, è l’interprete principale.

Scoprono che è francese sposata con un sardo di S.Teresa Di Gallura, poi il vino offertole la fa crollare.

In cinquanta minuti attraversiamo le famigerate Bocche di Bonifacio che per l’occasione sono calme come non mai.

A S.Teresa troviamo tutto chiuso, per il secondo anno giungiamo il giorno della festa patronale.

Fortunatamente i distributori di carburante alle 15,30 aprono, i tabaccai e le edicole alle 16, l’astinenza dai giornali per qualcuno è pari a quella del tabacco.

Per evitare ingorghi, come avvenne due anni innanzi, saliamo in paese con un unico mezzo, gli altri si trasferiscono direttamente a Capo Testa.

 

Sulla spiaggia si presta aiuto ad un’indigena dal fisico atletico che non riesce a svitare un pezzo del suo windsurf, forse in segno di ringraziamento, in prossimità della sua monovolume, con naturalezza, si toglie il costume e s’infila un paio di pantaloni senza mettersi gli slip e senza curarsi della nostra presenza.

In attesa della cena collettiva, o quasi, si prendono i contatti con il comandante della barca che l’indomani ci porterà a visitare l’arcipelago della Maddalena. Si fissa l’ora ed il luogo di ritrovo.

Dopo alcuni minuti Fulvio, l’incaricato di tenere i contatti, riceve una telefonata dal comandante il quale gli chiede di lasciargli il numero di telefono nell’ipotesi ci dovesse comunicare qualcosa con urgenza. Valli a capire i comandanti, il numero lo aveva appena composto.

Al termine della solita lauta cena che continua a non vedere i Ricci socializzare con gli altri, la compagnia si divide tra: passeggiatori che si recano all’estrema punta di Capo Testa abitata da moltissimi gatti, pokeristi che utilizzano le castagne tuttofare come fiches e giocatori di briscola in cinque.

L’atmosfera assolutamente serena e rilassante che assaporiamo noi camminatori non la si può vivere sui tavoli verdi dove la tensione è palpabile.

Al tavolo dei biscazzieri Athos, alzatosi per prendere da bere, si trova un sospetto poker servito, ma lui, vecchia volpe, non cade nel tranello tesogli dagli altri giocatori.

All’altro tavolo, invece, impazzano le discussioni sugli errori, o presunti tali, commessi sempre dal solito Gino, l’unanimità dei giudizi dimostra che, probabilmente, è davvero scarso.

Gino si difende strenuamente quanto vanamente, Vescovo lo invita a lasciare il posto a qualche altro giocatore. La briscola in cinque si gioca anche con il morto, un maligno sottolinea che con Gino è proprio così.

Infine, un lapidario Enrico sentenzia senza possibilità d’appello, che a carte sono tutti scarsi come in bicicletta. U Ris è escluso dal giudizio in quanto, per ammissione dello stesso Enrico, gli ha tirato il collo nella tappa di Nonza.

Tra uno sfottò e l’altro è giunta l’ora di andare a letto sul far dell’una.

MARTEDì 16/10/2001

è giunto il momento di riscattare il fallimento dello scorso anno e di dare possibilità ai Valenzani di rifarsi. Forse la mancanza di Pinetto consentirà il raggiungimento dell’agognato obiettivo costituito dalla gita in barca.

Sveglia di buon ora, rapida colazione e trasferimento al porto di Palau dove dovremo incontrare il comandante Aldo, sperando che sia più esperto di navigazione che di telefonia.

Si ironizza sul tipo d’imbarcazione che ci trasporterà, Athos, il quale ha lavorato una vita in una compagnia di navigazione, dichiara di voler vedere la barca prima di decidere se imbarcarsi o meno. Nè l’attività svolta nè il fatto di aver vissuto a Genova hanno permesso di migliorare il suo perfetto stile natatorio a "ferro da stiro"

Anche in questo caso un poliedrico gamalerese mi induce alla memoria un simpatico aneddoto.

A Rodolfo Rizzo, durante una delle tante operazioni d’imbarco che ha affrontato, viene rivolta la domanda se sapesse nuotare, lui, imperturbabile come sempre, ribatte che è salito svariate volte sugli aerei e nessuno gli ha mai chiesto se sapesse volare.

Posteggiati i mezzi sulla piazza antistante il porto, raccogliamo quanto potrà servirci nella giornata e ci avviamo all’imbarcadero dove ci attende il simpatico comandante Aldo, con chioma fluente e baffi, il quale ci indica, non senza orgoglio, il suo "vagabondo".

Si tratta di una bell’imbarcazione a due piani, con sala da pranzo al coperto, in grado di trasportare molte più persone di quante siamo.

Athos pare tranquillizzarsi e sale senza problemi.

L’equipaggio de "Il Vagabondo" è costituito, oltre che dal comandante, da: vecchio, anzi vecchissimo, cane di bordo, due aitanti giovanotti, vogliosa fidanzatina di uno dei due, o forse di entrambi, cuoca Rita di taglia forte con spiccato accento sardo, ad una prima occhiata il capo comitiva sentenzia che è tedesca, scopriamo poco dopo che così è.

Frastornati da un fragrante odore di pesce proveniente dalla cucina, togliamo l’ancora e ci dirigiamo all’isola di Budelli.

 

Attorno ad essa è posta una barriera per impedire di avvicinarvisi. Arriviamo, comunque, molto più vicini del lecito e riusciamo ad intravvedere o come dice il comandante, ad immaginare la spiaggia che sta tornando rosa, grazie alle conchiglie coralline polverizzate e depositatesi sulla sabbia, dopo che per anni, scriteriati turisti, l’hanno depredata. Fortunatamente, se pur con colpevole ritardo, dal 1993 l’isola è inavvicinabile.

I due marinai lanciano pezzi di pane in acqua per attirare le "occhiate" pesce ottimo di cui è ricca la zona, sperando di pescarne qualcuna con il bollentino. Il comandante fa ruotare più volte l’imbarcazione su se stessa per agevolare la pesca ma i risultati saranno totalmente negativi.

Ci auguriamo che il pranzo a base di pesce non dipenda dal risultato di quella battuta di pesca. Staremo a vedere.

Si fa rotta su S.Maria, altra splendida isola su cui si può sbarcare. La teutonica quanto tettonica cuoca ci da appuntamento per le 13.

Gli sportivi a tutti i costi, Enrico e Stefano, si arrampicano fino al faro dell’isola prima di unirsi al bagno collettivo.

Lunga passeggiata sulla spiaggia in fondo alla quale il capo comitiva decide di raggiungere a nuoto un’imbarcazione, ancorata al largo, simile alla sua. U Ris, che non lo abbandona mai, stoicamente lo segue a costo di annegare esausto ed al ritorno, da fido luogotenente, proferisce l’ormai storica frase: "Tnomli d’acont".

Inconsciamente il gruppo si ritrova al gran completo a prendere il sole in postazione molto prossima alla barca, l’appetito, o forse è meglio dire la fame, guida gl’istinti.

Essendo ancora troppo presto, Andrea viene invitato a raccontare la telenovela della barca che ebbe la sventura di comperare insieme a Rodolfo, Goffredo e Paolo, alias Filini, tragicomicamente affondata nel porto di Formia.

Dopo quasi un’ora di esilarantissimo racconto ricco di particolari e punteggiato da precisazioni di Filini che funge da spalla, non essendo ancora l’ora di pranzo chiediamo di interpretare "Il bramito del cervo" altro successo della sua precedente vacanza sarda con l’amico Enzo Pagani, ma egli promette che lo narrerà nel luogo in cui è avvenuto.

 

Facciamo una sortita ed assaliamo la sala da pranzo della barca con un quarto d’ora d’anticipo rispetto l’ora stabilita.

Consumiamo un ottimo ed abbondante pranzo a base di penne ai gamberetti e cozze alla marinara innaffiate da vino bianco fresco a volontà.

Carlino mi accusa di bergli il vino che si versa in quanto ha il bicchiere sempre vuoto, in realtà io lo riempio e lui lo tracanna.

Al termine del pranzo un buon caffè riesce a contenere entro limiti accettabili il tasso alcolico elevato da "filu e ferru" e limoncello.

Ripresa la navigazione alla volta di Spargi, il comandante, previo colloquio con Andrea, ricorda d’aver già visto il Cocco da qualche parte. Lo avvicina e gli chiede se fosse stato ai Caraibi poi , prima che il Cocco possa rispondere, sbotta che si ricorda perfettamente di averlo incontrato a Trinidad di Cuba, ove Cocco si reca periodicamente. Immaginate lo stupore di quest’ultimo il quale afferma, senza balbettare minimamente: "abito la", ma non ricorda di averlo incontrato, del resto vede moltissime persone e la cosa potrebbe benissimo essere accaduta, ribadisce con malcelato orgoglio in spregio alle risate d’invidia dei compagni di navigazione.

In considerazione dell’amicizia sorta, il Cocco si farà immortalare mentre con fiera sicurezza sta al timone del Vagabondo.

Attracchiamo a Cala Corsara di Spargi, altra isoletta bellissima, in prossimità della quale hanno girato lo spot pubblicitario della Tim spacciando il posto per una località in mari lontani.

Un’ora di rilassamento al sole ed al ritorno in barca ci attende la sorpresa di una merenda non in programma.

In perfetto orario attracchiamo al molo d’arrivo, ringraziamo e salutiamo l’equipaggio con l’augurio di rivederci il prossimo anno.

Il Cocco, diventato il personaggio della giornata, giustamente non si accontenta dei semplici saluti e pretende un bacio dalla ragazzina che avvinghierà come una piovra.

L’obiettivo prefissato è raggiungere il campeggio ad Alghero, quindi si parte immediatamente, sono circa le 17.

 

Per strada siamo costretti a fermarci, U Ris fa i capricci, almeno una volta l’anno deve farlo. Dichiara di non volere più continuare, di volersi fermare, di essere stanco, etc.. Gli viene proposto di lasciare la guida a qualcun altro ma anche questo non va bene, insomma, per questa sera non vuol proseguire.

A malincuore abbandoniamo lui e famiglia dandoci appuntamento per l’indomani ad Alghero, ben consci che lui non avrebbe mai abbandonato Andrea, perciò ci sarebbe venuto dietro, così avviene.

Alle 20 siamo al campeggio "La Mariposa" di Alghero, finalmente un tuffo nella civiltà, docce calde e servizi igienici.

La nostra comitiva, un tempo selvaggia, si sta imborghesendo anche se qualcuno ha da ridire sul prezzo dei gettoni della doccia.

La giornata è stata lunga e stancante, qualche cuoco non se la sente di cucinare, qualcun altro non ha appetito e qualcuno rischia di saltare nel cerchio.

Quando i più fortunati al termine della cena hanno già preso caffè e grappa, Filini che è un grande organizzatore e dimostra notevole sensibilità, invita Andrea e Carlino a preparare una pasta aglio, olio e peperoncino per i forzati del digiuno.

L’iniziativa ha grande successo culinario ma il risultato migliore è che riesce a smorzare la palpabile tensione che si è creata in parte del gruppo.

Tutti a nanna pensando al tradizionale tappone del giorno seguente.

 

MERCOLEDì 17/10/2001

Sveglia di buon mattino, oggi si fa sul serio.

Uso ed abuso dei servizi igienici, sostanziosa colazione e partenza per Bosa lasciando agli autisti l’onere di accudire alla bisogna dei camper.

Mentre pedaliamo in città, veniamo affiancati da un signore che transita con uno scooter sul marciapiede, probabilmente vuole invitarci ad una manifestazione ciclistica della zona ma non ne avremo mai la certezza, poiché un lampione interrompe bruscamente la sua marcia ed il suo discorso con un sinistro rumore di lamiere accartocciate.

 

Armando asserisce che volesse venderci delle mele, la sua conoscenza del dialetto sardo è pari a quella del francese di Igor e del già citato afgano. Oltretutto lo sfortunato signore si è espresso o meglio, ha tentato di farlo, in italiano.

Appena giunti alla periferia di Alghero, U Ris ed Enrico s’involano.

Enrico è stato appellato apripista, perché è un appassionato ed ottimo sciatore ma, soprattutto, perché ad ogni biforcazione della strada lui imbocca sempre quella sbagliata.

In compagnia d’U Ris, il quale non sbaglia mai strada specialmente se è alla guida del camper, potrebbero ritrovarsi in chissà quale posto se non fosse che la strada fino a Bosa è senza la minima deviazione. Li ritroveremo, infatti, nella suddetta località marina, con qualche capello grigio in più, solo U Ris naturalmente, per la lunga attesa.

Da Alghero insieme ai due campioni era andato in fuga anche Stefano, il nostro agonista, ma pare che attratto dalle bellezze dei luoghi abbia preferito soffermarsi a scattare, non con la bici, ma con la macchina fotografica.

Di tanto in tanto Stefano indossa il suo cappellino da ciclista ricoperto di fregi e medaglie in argomento e si apparta a scrivere appassionatamente. Le ipotesi si sprecano, scriverà alla moglie, all’amante, prenderà appunti per fare concorrenza a questo diario, quella che sembra la più accreditata è che stia scrivendo la biografia di un tal Pellizzotti.

Ci aspetta la tignosa salita che conduce a Magomadas, l’affrontiamo tutti insieme come sempre, più sparpagliati di così non potremmo essere.

A Tres Nuraghes ci aspettano i camper sul piazzale della stazione, per il pranzo al sacco.

In attesa del nostro arrivo, giunge una vaporiera che un nutrito gruppo di turisti tedeschi ha affittato per girare l’isola, sosta tecnica con carico d’acqua per il vapore da una cisterna simile a quelle che si vedono nei vecchi film. Appositamente si è mantenuta questa struttura per attirare i turisti che amano simulare un tuffo nel passato.

Il capotreno scende a terra e U Ris scopre trattarsi di un suo collega conosciuto anni prima ad Alessandria.

 

Viene invitato a bere e rischia di lasciar partire il convoglio senza la sua presenza, salirà al volo, non senza aver onorato la nostra cantina.

Riceviamo la piacevole telefonata del Pedro che, con molta invidia, vuole avere nostre notizie.

Egli e tutti gli affiliati al veloclub che è stato possibile contattare, sono stati onorati in momenti precedenti da una nostra telefonata di saluto e di invito a prenotarsi per l’anno prossimo.

La tappa riprende e dopo alcuni chilometri affrontiamo la salita di Cuglieri lungo la quale Fulvio ed Armando tentano di raccogliere i fichi d’india. Tradizionale picchiata su S.Caterina di Pittinuri, fortunatamente, per aspettare Armando rimasto un po’ arretrato, con alcuni compagni la affrontiamo in tranquillità a differenza di altri che la percorrono a rotta di collo.

Uno di questi è Gino, soprannominato il ronzatore perché non sta mai zitto. Nel gruppo riecheggia sempre la sua voce. Se si va troppo forte protesta, così pure se si va troppo piano, se non lo si aspetta idem, insomma ce la mette tutta per usurparmi l’appellativo di brontolo che io non tento minimamente di difendere in quanto mi sono imposto di non reclamare mai.

Ironia a parte bisogna fare i complimenti al ronzatore per il fiato in esubero che si ritrova, se lo utilizzasse tutto per performance sportive, sarebbe assolutamente irraggiungibile.

Nel paese adottivo di Gianni Cervetti, Armando fora, viene soccorso dai campioni, mentre i dissidenti proseguono per Torre Grande.

A far da scorta, ma soprattutto a fidarci di Filini siamo in quattro, Gino, Silvano, Gianni V. ed il sottoscritto, ad un bivio, l’organizzatore ci invita a svoltare a destra.

Certe cose non saranno contagiose ma la vicinanza con Enrico deve averlo influenzato negativamente. Sbagliamo percorso, o meglio ne intraprendiamo uno molto più lungo. Pedaliamo tanto annoiati quanto stanchi lungo una desolatissima ed interminabile strada. Filini continua a tentare di tranquillizzare il gruppetto asserendo che siamo prossimi alla meta.

L’umore s’incupisce, Gianni V. afferma che la sera non verrà a cena ma andrà direttamente a letto, Gino ronza sempre di più e Silvano è il più scettico sulla possibilità di riunirci agli altri.

 

Per solidarietà familiare taccio, inoltre quella strada la percorremmo anni prima e sono certo che porta a Torre Grande, non ricordo più in quanti chilometri.

Ad un bivio troviamo un cartello indicante 13 Km al termine della tappa, lo imbocchiamo e ci troviamo dinanzi un viale alberato che fa da cornice ad una salita terrificante, l’umore ormai sceso sotto le ruote, induce a proferire parolacce ed improperi senza ritegno all’indirizzo del responsabile di questa divagazione fuori programma proprio nel giorno della pedalata più lunga e faticosa.

Dal cartello mendace è sparita la virgola ed i chilometri sono 1,3 e la salita altro non è che uno stranissimo effetto ottico della torre che s’intravede al termine del viale alberato. L’umore si eleva immediatamente fino all’euforia nonostante i 123 chilometri percorsi.

La media degli altalenanti umori viene rimessa in parità da Carlino il quale, per un malinteso, si ferma ad attendere gli altri camper che sono arrivati alla base per una strada diversa. Contattato telefonicamente è recuperato alla periferia del paese da Andrea col camper e dal sottoscritto con la bici. Scena isterica al posteggio che ancora ora dobbiamo scoprire se vera o finta. Un attimo dopo tutto tranquillo.

Il fortissimo vento non induce al bagno collettivo, i più coraggiosi approfittano della doccia sulla spiaggia.

Andrea, si addormenta in spiaggia avvolto nell’accappatoio, con la fluente barba, potrebbe essere scambiato per Bin Laden ed essendo il capo noi siamo i Talebani.

All’insegna dello spirito d’indipendenza, cena libera. Metà comitiva sui camper, il resto dal solito Giovanni a cui, grazie alla generosità dei mecenati Valenzani, possono accedere anche i derubati.

Caratteristica di questa località sono le zanzare che ci aggrediscono ogni anno. Al tennis club di Oristano che è dinanzi al posteggio, probabilmente le usano come palline altrimenti non si riesce a capire come potrebbero giocare.

Ci ripromettiamo di eliminare la località dalle nostre mete future dato che, ristorante a parte, non presenta nessun aspetto positivo.

In piena estate pare sia la Rimini della costa occidentale della Sardegna, motivo in più per evitarla anche in quel periodo.

 

Per puro caso, come l’anno precedente, gioca la Juventus in Champions League, il risultato però sarà diverso, battuto il Rosenborg per 1 a 0, ci comunica il tifosissimo e molto professionale cameriere.

Al termine della cena siamo sul punto di invitare il cameriere ad allontanare l’extracomunitario che si sta avvicinando al tavolo quando scopriamo trattarsi del ronzatore.

All’uscita, con il resto della compagnia che ci sta attendendo, facciamo una passeggiata sul lungomare fino al luogo del salasso in cui sono posteggiati i camper.

Conciliabolo per stabilire il programma di massima del giorno dopo ed a nanna.

 

Continua >>>