GIOVEDì 18/10/2001

Sveglia di buon ora e partenza immediata per sottrarci ai pungiglioni delle indefesse zanzare. Alle nostre latitudini sono fastidiose esclusivamente alla sera, in Sardegna, evidentemente, fanno orario continuato.

Perdiamo il contatto con il capo comitiva, il quale essendo partito con alcuni istanti d’anticipo, sbaglia strada o, se preferite, sceglie la meno indicata per raggiungere Oristano da dove saremmo saliti sulla Carlo Felice.

Dura ammetterlo ma, a volte, anche i capi sbagliano, sarà l’influenza negativa dei pensionati a bordo che gli hanno fatto perdere momentaneamente la tradizionale razionalità di cui può fregiarsi.

Potenza delle moderne tecnologie, dopo pochi minuti la comitiva al completo imbocca la Statale 131, direzione sud.

Ad una stazione di servizio, mentre qualche mezzo fa rifornimento, i più fortunati riescono ad ingurgitare un furtivo caffè senza subire i rimbrotti dei capi che sollecitano una rapida ripartenza.

Dopo meno di un’ora di viaggio usciamo in direzione di Arbus, percorriamo una ventina di chilometri ed approdiamo ad una microscopica frazione del suddetto comune, S. Antonio di Santadi, dove possiamo, finalmente, fare colazione.

 

La località è molto caratteristica, pochissime case, una decina, bar con annesso negozio e la chiesa del Santo da cui prende il nome, ricca di ex voto, in particolare arti fatti di cera o gesso. Stefano ed io siamo rimasti molto sorpresi visitandola.

La meta di giornata sono le dune di Piscinas, località nelle vicinanze ma piuttosto difficile da raggiungere.

Carlino, con Rina nelle vesti di navigatore, scorta il gruppo dei pedalatori sul camper di Filini, gli altri autisti si spostano ad una spiaggia in prossimità di S. Antonio.

Pedala anche il capo comitiva con l’inseparabile luogotenente Ris al fianco.

La costa Verde è veramente bella, so di essere monotono e ripetitivo usando sempre gli stessi aggettivi, ma non conosco altri modi per mettere in evidenza certe situazioni straordinarie.

Strada deserta, tortuosa, altalenante, con fondo perfetto e panorama incantevole, il paradiso per pedalatori rilassati come noi se non ci fosse un terribile vento contrario al senso di marcia, che si accanisce particolarmente e malvagiamente sulle salite.

Tutte le cose belle finiscono in fretta. Termina il manto asfaltato e la maggior parte di noi si avventura per i 4 chilometri di un’impervia strada sterrata e molto sconnessa, con altimetria in alcuni tratti proibitiva.

Altri, più furbi, si fermano al termine della strada asfaltata anche perché già stati in precedenza a Piscinas.

Su uno dei tratti impervi, Andrea spacca il cambio, il fido gregario Ris altro non può fare se non raggiungere il resto dei compagni già in spiaggia, per invitarli a rientrare. In questa missione è affiancato da Gino, entrambi non saranno molto fortunati, U Ris cade due volte nella polvere (non mi risulta, purtroppo per lui, che sia stato due volte sull’altare di Manzoniana memoria) e sabbia con cui è fatta la strada ed il ronzatore danneggerà il copertone in modo da subirne un danno in seguito.

Sull’immensa spiaggia fa bella mostra di sè, forse è meglio togliere l’aggettivo, un monumento post moderno fatto con forme semicilindriche di pietra scura armoniosamente unite. Due anni prima ha costituito un ottimo giaciglio per Nicola.

 

E’ presente anche un albergo molto esclusivo data la tranquillità del posto conseguente alla difficoltà di arrivarvi. Ritengo che la strada sia mantenuta quasi inagibile di proposito per evitare l’assalto sconsiderato dei turisti.

Le immense dune che si possono osservare tutt’intorno, sono alte decine di metri, alcune centinaia di metri e pare siano le più alte d’Europa.

Su talune è già sorta la vegetazione spontanea che contribuisce a dare consistenza alla loro superficie altre, invece, definite "vive", sottoposte ai continui mutamenti causati dagli agenti atmosferici, sono vere e proprie montagnole di sabbia.

Nei paraggi, oltre al luogo in cui vanno ad abbeverarsi i cervi di Paganiana ricerca, è possibile notare una ferrovia a scartamento ridotto su cui vi sono ancora dei vagoncini per il lavoro nelle miniere di cui è ricca la zona.

Più o meno sparpagliati come sempre, giungiamo alla spiaggia dove ci aspettavano Filini, Andrea e i pavidi che non hanno affrontato il deserto.

Gino arriva protestando più che mai in quanto, appena giunto a Piscinas per chiamare gli altri, non gli è neppure concesso il tempo di bere ma si riparte immediatamente. E’ talmente intento a protestare che dimentica di sganciare i piedi e cade una seconda volta tra le gambe di un esterrefatto Carlino.

I chilometri fatti sono 44 ma la fatica richiesta per percorrerli è equiparabile a quella per un tragitto doppio.

In considerazione della magnificenza del posto, decidiamo di andare a recuperare camper e relativi autisti, lasciati intenti ai fornelli a venti chilometri di distanza.

Andrea, Gino, U Ris con me alla guida sul camper di Filini assolviamo quest’incombenza. I chilometri non sono molti ma il percorso è particolarmente tortuoso.

Lungo la strada incontriamo Ennio, indefesso pedalatore, che arriverà sino alla periferia di S. Antonio dove lo caricheremo sui mezzi per riportarlo indietro.

Gli altri autisti sono intenti ai fornelli dei camper su una tranquilla spiaggia dove vengono da noi raggiunti. A vigilare sull’accampamento un attento Cocco con canotta infilata negli slip-costume.

 

Andrea gli ricordò di portare il costume da bagno ed egli rimarcò che ne avrebbe portati due, come non detto.

Comunichiamo di doverci spostare e, nonostante la cosa non desti entusiasmo, arriviamo sulla piazza di S. Antonio. Qui ci fermiamo esclusivamente per recuperare il camper dei Ricci e ripartire per unirci al grosso della comitiva. Quando Athos, ancora ignaro, scopre il programma, s’infuria, giacchè, ha appena preparato il minestrone e non sa come trasportarlo senza rovesciarlo, il bello è che non può certo prevedere quale strada lo aspetti. Infatti, dopo il calvario sopportato da lui ed il suo legittimo sfogo, sopportato da noi, decidiamo di battezzare la località "Spiaggia del minestrone".

Fortunatamente tutto è andato bene ed il contenuto integro della pentola, sfamerà praticamente tutti i commensali.

Mentre il gruppo delle persone rimaste ad attenderci si crogiola al caldo sole, noi neo arrivati, ci godiamo un meritato bagno nelle cristalline acque che smorzeranno i bollenti spiriti del già rasserenato Athos.

Quest’anno purtroppo il nostro brillante amico, pur essendo sempre disponibile, comprensibilmente, non ha lo spirito goliardico degli anni precedenti.

Approfitto dell’occasione per rivolgere un commosso ricordo all’amico Claudio che prematuramente è passato nella "camera accanto" come letto dalla moglie Daniela nelle righe di commiato volute dallo stesso.

Riprendendo la narrazione di cose più liete, Andrea decide di raggiungere uno scoglio poco distante, manco a dirlo U Ris lo segue, se decidesse di nuotare fino in Francia lo seguirebbe comunque, encomiabile spirito d’abnegazione.

Non sentendolo più fare apprezzamenti sul fondo schiena da cubista di Filini, bisogna dedurre che le sue attenzioni siano destate dalla barba del capo comitiva.

La costante che accomuna queste passioni è costituita dall’elevato rango cui appartengono i "favoriti"; organizzatore, capo comitiva, vedremo chi sarà il prossimo fortunato, si fa per dire.

Durante il pranzo, Carlino estrae dal cilindro le aringhe con cipolle, lo zio che tenta di mangiarsi a denti stretti cipolle e patate dianzi fatte bollire, dopo averle assaggiate, le aringhe ovviamente, vuole ingaggiare lo chef per farsele preparare anche per casa.

 

Gianni C. ha un bel da fare per cercare di mantenere il regime alimentare dello zio entro termini accettabili.

A proposito di patate e cipolle, si è disquisito molto se debbano essere bollite con buccia o meno pure quest’ultime, non essendo nè Artusi nè Carnacina, non ho detto Vissani per non urtare la suscettibilità dello zio Luigi, lascio a voi l’ardua risposta.

L’ammazza caffè è una squisita grappa offerta da Igor il quale, per fortuna nostra, non l’assaggia neppure.

In questo frangente a grande richiesta viene rappresentato "Il bramito del cervo", del resto promesso in precedenza.

Interpreti: U Ris nelle parte di Pagani, come taglia più o meno ci siamo, Andrea, nella parte di se stesso e come voce fuori campo nell’interpretazione del cervo.

La rappresentazione, grazie alla straordinaria bravura degl’interpreti, ha un successo enorme e merita di essere replicata su altri palcoscenici.

L’intenzione per il giorno seguente è di pedalare in Barbagia, occorre pertanto portarci in zona.

Riaffrontiamo la tortuosa strada e ad Arbus imbocchiamo nuovamente la Carlo Felice in direzione Sassari-Olbia. In prossimità della diramazione per quest’ultima località, decidiamo di pernottare all’area di servizio di Abbasanta.

In considerazione dell’ora tarda alla quale abbiamo consumato il pranzo, ci concediamo una frugale cena a base di aglio, olio e peperoncino e, dato che il posto non offre grandi possibilità di svago o di passeggiate, andiamo a dormire presto.

 

VENERDì 19/10/2001

I borghesi che vivono al di sopra delle loro possibilità, si concedono una colazione al bar della stazione di servizio, quindi la carovana dirige la prua verso la Barbagia.

Incontriamo un posto di blocco che ignora quasi tutto il nostro corteo, mancano due camper all’appello, quello di Andrea e, guarda caso, quello del luogotenente Ris.

Le facce sospette da Talebani hanno costretto i militi ad effettuare un controllo.

Alla periferia di Nuoro avviene il ricompattamento e ci spostiamo fino in prossimità di Mamoiada, località famosa per le gigantesche maschere chiamate Mamutones.

Per la comitiva è anche tristemente nota, siccome, qualche anno addietro, aveva già permesso al solito Filini di lasciarvi un involontario contributo economico.

Alla partenza per la pedalata in Barbagia, notiamo Stefano indossare l’ennesima divisa diversa dalle precedenti. In risposta alle domande degl’invidiosi compagni, afferma di avere portato 9 divise complete e diverse per la gioia di Gino che trova sempre meno spazio disponibile nel suo stipetto in camper.

Silvano giustamente osserva che i veri ciclisti fanno così.

Arriviamo in una tranquillissima Orgosolo, ci addentriamo in paese ad ammirare i murales dipinti su tutti i muri delle case. Ci colpisce il fatto che vi sia già quello che ricorda la tragedia delle Twin Towers abbattute a New York meno di quaranta giorni prima.

Cerchiamo quello della vecchietta seduta sull’uscio di straordinario realismo e, mentre lo osserviamo, Igor, con indubbia abilità ma anche notevole fortuna, immortala una donna in costume che transita davanti al murales inducendo il dubbio su quale sia quella dipinta.

U Ris, con spirito meno artistico, avvicina un gruppo di anziani e gli chiede, quasi stizzito, come mai in tanti anni che veniamo ad Orgosolo non ci sia mai capitato di vedere qualcuno armato di fucile a pallettoni.

Indubbiamente il senso dell’umorismo degli indigeni è di gran lunga superiore a quanto fosse lecito attendersi, in caso contrario non so come sarebbe finita.

 

Gino prosegue con l’ennesimo tormentone, è dalla partenza da Gamalero che cerca un Gatorade con contenitore ad uso borraccia avendo dimenticato la sua a casa. Spera di trovarlo qui. Poco dopo ritorna protestando in quanto non essendoci nessuno a fare la guardia alla bici non può entrare al supermercato, Tutto il gruppo gli farà da scorta vanamente giacchè la sua ricerca sarà infruttuosa per l’ennesima volta. Neanche cercasse la "pietra verde", al massimo cerca la bevanda verde.

Ritorniamo alla periferia del paese ad attendere i camper. Molto difficile tenere a freno gli scalpitanti ciclisti. Telefoniamo al capo comitiva il quale da appuntamento agli immotivati frettolosi al porto di Olbia alla partenza del traghetto.

Il messaggio viene recepito. Giungono i mezzi si prendono gli accordi per il proseguimento del trasferimento e, mentre i ciclisti s’indirizzano verso Oliena, i motorizzati visitano il paese in quanto merita di essere visto.

Certamente, al di la delle bellezze che si possono vedere in altre zone, la vera, tradizionale e caratteristica Sardegna la si trova in Barbagia.

Memori di recenti e passate esperienze negative, Filini e Cocco restano a presidiare i camper, quest’ultimo, non si sa se desto o intento a "Soniare" chiede all’organizzatore di telefonare ad una non meglio identificata "Morettina".

Nel paese di Oliena affrontiamo un’inaspettata salita durissima, la stessa strada la percorremmo due anni fa ma in direzione opposta, perciò, non ci fece lo stesso effetto.

Noi dissidenti speriamo in colui che crediamo la punta di diamante del "S’ui la fa……." Vescovo avremmo detto, invece la vera sorpresa di quest’anno è proprio lui, è in uno stato di forma eccellente e non molla mai neppure sulle salite più erte, addirittura è stato visto spingere il camper sul tratto più duro della salita di Magomadas.

L’unico vero fastidio lo provoca Alessandro sfarfallandoci attorno causa problemi alla bici, va viene sale scende come fosse in pianura, non sa cosa rischia.

Al giro d’Italia, un onesto professionista come Belli, sotto sforzo ha sferrato un pugno ad uno spettatore.

I problemi meccanici più gravi li ha Ennio, la sua bicicletta, probabilmente stanca di trasportare un peso massimo, decide di arrendersi. Proseguirà lentamente in attesa di essere raggiunto dai mezzi, con il piantone del manubrio instabile.

 

In quattro rallentiamo per attenderlo, saremo poi costretti ad un duro inseguimento controvento trascinati dagl’instancabili fratelli Ricci.

Alla diramazione Dorgali-Orosei la comitiva è al gran completo, i ciclisti ripartono alla volta di quest’ultima località, ovviamente senza Ennio.

Inutile dire che il tragitto sarà percorso a velocità sostenutissima com’è inutile ribadire che il ronzatore avrà da ridire per tutto il percorso.

Ad Orosei i camper non ci hanno ancora raggiunti, chiediamo lumi telefonici e le notizie giunte segnalano Filini disperso. Scopriremo poi che, non si sa come, si è trovato a seguire un camion del latte credendo fosse un camper dei nostri. Giungerà alla meta da strada alternativa.

Mezz’ora più tardi, termina la pedalata a Cala Liberotto, i chilometri percorsi sono 85.

Il clima assolutamente favorevole invita al bagno, il mare mosso, con corrente che trascina al largo, consiglia di non prolungare troppo la nuotata.

Due ore di assoluto e completo relax sdraiati al sole.

Come ogni anno si rivive la sparizione di generi alimentari. Carlino asserisce di aver preparato una frittata di zucchini ora irreperibile, malignamente, non rientrando certamente nelle nostre preferenze gastronomiche, non sappiamo se considerarlo un danno o un beneficio. Purtroppo nessuno può sottrarsi alla penitenza degli zucchini ed ecco riapparire la frittata, sottratta da un timoroso Armando memore della scenata di Carlino, l’anno precedente.

Breve conciliabolo con il capo comitiva e si decide il trasferimento a Capo Coda Cavallo distante una sessantina di chilometri.

Giungiamo che è ormai notte. Saliamo in cima al promontorio da dove si gode un panorama magnifico, ma un fortissimo Maestrale ci costringe a ridiscendere alla protetta spiaggia delle farfalle.

Il vento non riesce ad infiltrarsi nell’accampamento e riusciamo perfino a mangiare fuori.

La cena è piuttosto sobria poichè si decide di fare le caldarroste.

L’ingegno e la fantasia dei nostri cuochi non trovano limiti, senza la minima attrezzatura riescono ad arrostire uno scatolone di castagne che vengono letteralmente divorate.

 

Stefano fa comparire delle bottiglie di vino pregiato che ha conservato come reliquie.

Con molta professionalità si accinge a stapparne una di barbaresco sotto gli occhi vigili degli astanti, ma l’operazione non riesce siccome il tappo si spezza.

Notevole il disagio e la stizza del nostro sommelier (che per inciso rifiuta questo appellativo) presumendo che un tappo difettoso non permetta una buona conservazione del vino.

Sarà più fortunato con la bottiglia di Sangria che, comunque, sarà bevuta come la precedente.

Mentre le castagne ingurgitate lentamente annegano nel vino, ci addormentiamo in un’oasi di assoluto silenzio.

 

SABATO 20/10/2001

L’ultimo giorno di vacanza giunge sempre troppo in fretta e, puntualmente è arrivato anche quest’anno.

Aleggia ormai una mesta atmosfera di rientro al punto che, alcuni dei ciclisti hanno già riposto armi e bagagli, rinunciando all’ultima performance.

Con un’innaturale generosità, tutti quanti vogliono cedere ad Andrea la propria bicicletta per permettergli di effettuare l’ultima pedalata di Sardegna 2001.

Per non far torto ad alcuno, egli declina le offerte rimanendo a godersi la spiaggia delle farfalle e, soprattutto, a rassettare il suo camper.

Nonostante importanti defezioni quali; i Ricci, Armando, Gianni V. ed i già citati Andrea ed Ennio, il resto della comitiva decide di raggiungere Padru, paese ad una ventina di chilometri.

Ivi giunti si cerca disperatamente una strada alternativa per il ritorno, un po’ per non ripercorrere lo stesso tragitto, un po’ per cercare di evitare la salita, peraltro non dura, sulla quale siamo transitati poc’anzi in senso inverso.

Protraendosi la ricerca, entro in un bar per riempire la borraccia.

 

Mi ritrovo in un ambiente pank-black con dietro al banco due tatuatissimi soggetti, con coda di cavallo ed abbigliamento completamente nero, i clienti sono dello stesso standard.

A giudicare dalle espressioni con cui mi osservano, la loro sorpresa è pari alla mia. Quando poi chiedo se è possibile avere un po’ d’acqua, mi guardano come fossi un marziano. Non so se ciò derivi dal mio abbigliamento non consueto in quelle zone, oppure se è la richiesta a meravigliarli.

Sicuramente entrambe le cose, infatti, mi dicono che la loro acqua non è potabile ma che avrei potuto trovarla ad una fontana distante tre chilometri.

Forse sarebbe stato più semplice offrirmene un goccio di minerale, ma data la loro spontanea generosità, me ne esco tenendomi la sete.

Le nostre guide trovano la strada alternativa. Per parecchi chilometri è una striscia d’asfalto sconnesso e ad altimetria variabile, improvvisamente si apre in una larghissima strada perfettamente asfaltata che conduce chissà dove, per poi ritornare addirittura sterrata l’ultimo tratto prima d’immettersi sulla Olbia – S.Teodoro.

Gino non sappiamo se ce la fa ancora, certamente il suo copertone no, infatti scoppia.

Si telefona agli autisti per fare in modo che vengano a recuperare Gino, il quale resta in compagnia dei Valenzani mentre i dissidenti decidono di attendere in cima alla salitella.

Altra rampogna dicendo che l’abbiamo abbandonato e che se non fosse stato per Fulvio e Gianni C. sarebbe rimasto solo.

Rivalutazione totale per i tanto vituperati Valenzani

Intenti come sempre a combattere un fortissimo vento contrario, incrociamo lo zio che provvederà a raccattarlo.

Dopo 47 chilometri, giungiamo alla spiaggia delle farfalle in tempo per unirci agli altri nell’ultimo bagno della stagione.

Adempiuto all’ormai tradizionale rito, carichiamo le biciclette sui camper e consumiamo l’ultimo pasto dell’anno in terra Sarda.

 

Quest’anno non aleggia la gioiosa allegria dello scorso anno, probabilmente perché non ci sono più le leggiadre odalische che ci deliziano con la danza del ventre eseguita sopra i tavoli.

Partenza in direzione Olbia dove facciamo la consueta sosta al mega centro commerciale per gli ultimi acquisti di souvenir e prodotti enogastronomici.

Il resto è storia nota che ripropongo esclusivamente come rigorosa cronaca.

Operazioni di check-in per l’imbarco che avverrà alle 17,30 sul traghetto, completo in ogni ordine di posti, che salperà puntualissimo alle 18.

A differenza del solito si cena sui camper per dare fondo alle riserve alimentari.

I Valenzani riescono ancora a stupirci estraendo, chissà da dove, l’ennesima torta enorme per onorare il rientro.

Alle 7 sbarchiamo a Livorno, appuntamento consueto al primo autogrill dove, dopo colazione, ci scambiamo i saluti e ci avviamo frettolosamente e freddolosamente a casa, accompagnati dalla pioggia che per noi, reduci da quel paradiso che ci ha accolti con un tempo stupendo, è ormai un ricordo lontano.

Prima del commiato, mi sembra doveroso estendere un ringraziamento ai nostri pazienti amici che ci hanno seguiti, aspettati, accuditi a bordo dei mezzi perché, sebbene fosse vacanza anche per loro, hanno fatto sì che per noi pedalatori la fosse un po’ di più.

In considerazione della previsione errata con la quale ci siamo lasciati lo scorso anno, l’augurio che intendo formulare per il futuro è che, se Dio vorrà, ci diamo appuntamento a:

 

"…………………………………………….2002"

Ciascuno inserisca mentalmente la meta che stimola maggiormente la propria fantasia ed il proprio desiderio e chissà che la sua aspettativa non venga esaudita.

 

Norberto