Oggi è l’ultimo giorno in cui posso visitare i più bei luoghi di questa città. Visiterò il Giardino del Mandarino, costruito in modo da dare l’impressione di essere in montagna, il tempio del Buddha di Giada con una gigantesca statua del Dio, trasportata dalla Birmania. Il Giardino si trova accanto all’ex Tempio dei Cittadini, ma visto che dopo andrò a visitare il Buddha di Giada, che si trova dalla parte opposta della città, noleggio una bicicletta nella Strada Renmin Lu. Qui il noleggiatore è molto gentile, e parla perfino inglese, così dopo aver preso la bici mi dirigo alla mia I tappa.
Il Giardino fu fatto costruire nel 1559 dal governatore della provincia Pan Yunduan per onorare suo padre, ex governatore, che raggiunta un’età vulnerabile non era più in grado di recarsi ai boschi, ai laghi ed in montagna. Così fece costruire questo giardino dove fece riprodurre, con le rocce, monticoli che suggerissero la forma di vere e proprie montagne e all’interno di grotte osservare laghetti, fiumi e torrenti.
Era così infinitamente bello che mi sembrava reale, non capisco neanche come siano riusciti a riprodurre un paesaggio così bello: colline artificiali vialetti, sentieri, gallerie rappresentano proprio la realtà. Curioso è come sono saldate le varie pietre dei muretti, infatti, non esistendo il cemento, erano fissate con un impasto di glutino di riso indurito con l’albume di un uovo e zucchero.
Proseguendo si notano le bellissime strutture lignee, il Palazzo delle Tre Spighe, dove la panoramica è eccezionale, il Palazzo Sui Tang e quello dell’Osservazione Tranquilla dei Monti e Ruscelli.
Alcune di queste strutture servirono alla Società Delle Spade Corte" durante l’insurrezione del 1853. Strana è la costruzione del "Palazzo dei 10.000 fiori" dove sono rappresentate le stagioni con piante e fiori del luogo. Prima dell’uscita di questo splendido giardino i Cinesi sostano a lungo davanti alla "pietra capricciosa", particolarmente bella, infatti, è chiamata così perché verticalmente è traforata dall’acqua, si bruci alla base dell’incenso.
Una volta finita la visita al Giardino mi reco, prima del Buddha di Giada, al Museo di Shanghai, che non dista molto dal Giardino del Mandarino.
Il museo, il migliore della Cina, è in pieno centro, nel palazzo che ospitava una banca. Esso contiene più di 112.000 oggetti, sono ben presentati e ci sono didascalie in Inglese, cosa che non c’è negli altri musei cinesi. Il museo è su tre piani: nel I° ci sono i bronzi Shang, Zhou e Han, con dei bei esemplari ding di notevoli dimensioni.
Il ding conferiva prestigio alle cariche emanate dall’imperatore, che era l’unico a possederne una serie di nove pezzi di grandezza decrescente.
Al II° piano ci sono belle ceramiche e porcellane che possono narrare tutta la storia cinese. Al III° i dipinti e le sculture buddiste coprono tutto il piano.
Finito di visitare il museo, che ne è valso veramente la pena, mi reco al più vicino ristorante. Le caratteristiche culinarie di Shanghai sono anzitutto verdura e ingredienti freschissimi, sapori delicatamente speziati e leggermente dolci. Così decido di mangiare dei gamberi e granchi d’acqua dolce al vapore, e l’anatra arrosto, molto alla moda a Shanghai.
Finito il banchetto e a pancia piena, sempre in bicicletta, vado a osservare il Tempio del Buddha di Giada, molto lontano dal luogo dove mi trovo. Il tempio si identifica facilmente dal colore giallo zafferano dei muri esterni. Fu costruito nel 1882, quando si decise di portare in città due statue di giada provenienti dalla Birmania da un monaco cinese. All’entrata, nella Sala Maggiore (in stile Song) ci sono tre statue del Buddha (il presente, il passato e il futuro) con tutto il necessario per le celebrazioni delle cerimonie: il tamburo di legno a forma di pesce per ritmare il canto dei Sutra, l’altare delle offerte e la campana del ringraziamento. Al II° piano si trova la Sala del Buddha di Giada, una stupenda statua rappresentante Sakyamuni. La modellazione è superba e se si considera la difficoltà di lavorare una giada tanto dura (non è scalfibile neanche dal metallo) se ne può immaginare la preziosità: è alta 1.90, in preziosissima giada birmana <grasso di montone> e pesa almeno una tonnellata.
Le gemme, i rubini, zaffiri e diamanti sono stati donati dai fedeli. La statua è conservata in una bellissima teca in legno di ciliegio e la sala è tutta in ebano.
Quest’ultima contiene anche due librerie con 6.000 volumi buddisti di saggi e commenti. La II° statua di Giada si trova in un’altra piccola stanza, poco curata e anche molto triste. Dopo aver riempito il cuore di serenità che mi ha reso il Tempio torno all’albergo per riposarmi in vista del lungo viaggio che dovrò affrontare domani per andare verso la mia ultima tappa: Hangzhou.
VIII GIORNO
Parto la mattina presto da Shanghai per prendere il mio volo per recarmi nella regione Zhejiang, la cui capitale è Hangzhou.
Verso le 9.00 arrivo all’aeroporto, e preparo le mie cose per partire alla visita della città. Hangzhou non è molto grande, ma è famosa per la sua storia, infatti era ed è tuttora chiamata ‘la capitale della seta’, qui infatti viene coltivata e lavorata, pronta per partire in tutto il mondo.
Hangzhou è situata a nord-ovest dell’estuario del fiume Qiantang, a oriente del lago Occidentale (Xihu).
L’industria della seta raggiunse il suo apice nel XIV secolo, durante la dinastia dei Ming, infatti fu scelta questa città come maggior produttrice di seta.
La città è molto bella soprattutto grazie alle opere della natura, tanti
fiumi e giardini, colline e rupi. Nel centro della città si possono trovare
tantissimi
Negozi che offrano artigianato locale, ventagli in legno, il tè e anche la famosa e preziosissima seta.
LA LAVORAZIONE DELLA SETA
Così mi reco alla mia prima tappa la famosa fabbrica di seta di Hangzhou.
Questa è situata nella parte est della città all’interno di un grandissimo e moderno edificio che ospita più di 3.000 operai al giorno. La fabbrica è molto moderna e quasi tutto il lavoro viene svolto dalle macchine.
Grazie ad un altro gruppo di italiani posso ascoltare, attraverso la loro guida, tutta la lavorazione della seta. Un modo per non pagare altri soldi…
Così mi aggrego a questo gruppo molto gentile; la prima parte del nostro viaggio, ed anche quello della seta, sono le parti dove vengono allevati bachi da seta.
I bachi vengono allevati in dei grandi luoghi a temperatura mite sopra delle foglie di gelso; così durante la metamorfosi da larva ad insetto si rinchiude in un bozzolo.
Infatti il baco, durante la sua beve vita (60 giorni) attraversa molte trasformazioni: da uovo a larva, poi crisalide e infine farfalla. Le uova, deposte dalla farfalla in giugno, vengono raccolte e conservate ad una temperatura di circa 2.3° in inverno. Dopo sono portate a 20-24° in modo che la schiusa avvenga in primavera, quando germogliano le foglie del gelso, alimento dell’animale.
Gli stabilimenti dove viene lavorata la seta si chiamano ‘filande’. I bozzoli vengono sottoposti ad una prima separazione, fatta a mano, per eliminare i bozzoli difettati, le persone che lavorano in questo fase deve essere specializzata, perché il baco se è difettato potrebbe creare dei seri problemi successivamente.
Prima che la crisalide si trasformi in insetto, i bozzoli vengono essiccati in degli appositi forni per circa 16-18 ore. Con questo passaggio si provoca la morte del baco e l’eliminazione dell’umidità. Dopo, il baco passa di nuovo ad una selezione in cui gli operai li devono suddividere in piccoli, medi e grandi. In questo punto della lavorazione vengono impiegati soprattutto giovani operai alla loro prima esperienza.
I bozzoli poi vengono fatti macerare in acqua calda per facilitare l’estrazione del filo della seta. Avvenuta la macerazione si passa poi all’operazione di ‘scopinatura’ che serve a cercare il capofilo della bava ed ha liberare il bozzolo dalla strusa, cioè la peluria esterna.
Molto curiose sono le macchine dove viene effettuata la scopinatura, esse sono costituite da uno spazzolone rotondo dotato di moto alternato rotatorio, il quale, sfiorando i bozzoli che galleggiano in acqua calda, solleva i capofili. Dopo aver ottenuti i capofili il personale svolge tranquillamente tutto il filo, le bave ottenute in questa prima fase vengono scartate e avviate all’industria dei cascami di seta.
Dopo la purga ha inizio la trattura delle bave .
I bozzoli vengono portati in delle apposite bacinelle e, dopo aver riunito più bave, vengono dipanati. Questa operazione è molto difficile e delicata (infatti qui c’è il personale più esperto di tutta la fabbrica) visto che il diametro della bava non è uguale dal principio fino alla fine; sta quindi nell’abilità del personale controllare continuamente lo svolgersi delle bave e comporle, sostituendole quando è necessario, per ottenere un filo più omogeneo e uniforme. Dopo aver riunito il filo su degli aspi con avvolgimento ad elica, si può dire che la seta grezza e fatta. Così il filo viene avvolto in delle matasse e avviato al mercato sotto il nome di seta greggia.
Al mercato la seta viene classificata con 7 nomi: dalla seta di marca, la migliore che costa tantissimo, fino allo scarto, il peggiore e il meno costoso.
La seta greggia può già essere usata per tessere, ma spesso prima della tessitura viene sottoposta ad altre lavorazioni. Grazie a queste la seta perde in tal modo circa il 10-25% del proprio peso, il filato così diventa di una migliore qualità.
La seta greggia è costituita per il 60-70% da fibroina, proteina di colore bianco, per il 20-22% da un’altra proteina, la sericina, e per il resto da sostanze gommose, da minerali e coloranti. La seta greggia è fortemente igroscopica (può assorbire fino al 20-25% di acqua), elevata coibenza termica. Essa è dotata anche di grande elasticità e resistenza alla trazione.
Finita la visita alla fabbrica mi ritiro nell’albergo per cercare di rilassarmi in vista del mio viaggio di ritorno per l’Italia.