Alcuni anni fa, dopo aver partecipato ad una mini Olimpiade tenutasi del mio piccolo paese d’origine decisi di andarmene un po’ in Grecia. Da Frasso Telesino fin laggiù il viaggio è lungo. Si passa, attraversando parecchi paesi e città, dalle verdi montagne del Taburno alle splendide rive del Mar Egeo. Dopo una sosta al Porto di Brindisi, sulle onde del mare ebbe inizio la parte più avventurosa del viaggio. La nave mi stava trasportando in Grecia, allontanandomi dal mondo di tutti i giorni. La mia casa e Frasso erano assai lontani. Mentre mi chiedevo con ansia cosa avrei fatto laggiù, osservavo e annotavo tutto ciò che mi era consentito vedere e sentire. Tra i viaggiatori alcuni tedeschi, molti inglesi, francesi, scozzesi, olandesi, pochi greci, e gli immancabili italiani. Tra questi ultimi, dall'accento riuscii facilmente a distinguere un gruppo di napoletani.
Alle prime luci del giorno mi ritrovavo con la nave che stava passando tra due enormi isole: era la Grecia. Il panorama era stupendo: a sinistra e a destra montagne ricoperte da alberi verdissimi si levavano verso un cielo azzurro. Lontano, in avanti, uno stormo di uccelli pareva indicare il percorso da seguire; indietro, la scia bianca sembrava tenere legata la nave al suo punto di partenza. Intorno alle sette del mattino gli altoparlanti annunciarono l'apertura del bar. Pochi vi entrarono per la colazione: quasi tutti tirarono fuori qualcosa dallo zaino. Arrivati al porto di Patrasso due poliziotti greci controllarono velocemente i documenti. Molti, continuando a scendere per le scale della nave, spostarono le lancette dell'orologio un'ora avanti. Lo feci anch'io.
Una volta a terra, cambiai duecentomila lire italiane in dracme al più vicino ufficio di cambio e m’incamminai per la fermata dei pullman in partenza per Atene. Nelle vicinanze vidi la stazione ferroviaria. Pur sapendo dell'arretratezza delle ferrovie, attratto dalla curiosità di sperimentare di persona la vita nei treni greci, cambiai immediatamente decisione. Era quasi mezzogiorno e il primo treno per la capitale partiva intorno alle quattordici, ora locale. Approfittai dell'occasione per darmi una ripulita, comprarmi una bottiglia d’acqua fresca e scambiare un paio di parole in inglese con qualche turista.
All'interno della piccola stazione, seduti su panchine di legno o distesi in vario modo, sostavano molti turisti arrivati al porto con altre navi. Si trattava perlopiù di francesi, argentini, spagnoli. In disparte, nell'angolo più fresco della stazione, una giovane coppia australiana riconoscibile per la scritta Australian e il disegno della loro bandiera sulle bandane, era seduta sopra agli zaini. Appollaiati su binari abbandonati stavano invece alcuni albanesi. Da un piccolo treno merci fermo sul secondo binario, alcune persone scaricavano sacchi pieni di lettere e motorini di fabbricazione italiana. Con alcuni minuti di ritardo rispetto all'orario ufficiale arrivò il treno tanto atteso da parte di tutti, greci compresi. Aiutato dal controllore trovai subito una sistemazione. Il misero panorama interno al treno contrastava con gli affascinanti scenari marini che s’incontravano durante il percorso. Circa un'ora prima di Corinto salirono in treno tre trentine e due spagnole. Le aiutai a sistemare gli zaini e ci presentammo. Una delle trentine, Manuela, studiava Sociologia all'Università di Trento; un’altra, Serena, studiava Giurisprudenza; la terza, Erica, era diplomata e lavorava in non so quale azienda. Entrambe le spagnole, Alicia e Teresa, invece erano laureate in "Lingua e letteratura inglese e danese". Alicia era anche insegnante di ballo. Proseguimmo il viaggio insieme fino ad Atene discutendo della Grecia, di Trento, della Galizia, delle importanti cause politiche sostenute da Peter Gabriel e del suo contributo alla World Music, delle Forche Caudine, di Roma, di Napoli, di cinema, di sport e di numerosi altri argomenti. Per noi tutti la Grecia significava non solo mare assolato, profondo e pulito; un'infinità di isole, spiagge, scogli, grotte da esplorare, paesi e villaggi con case bianche, strade strette ed ombrose, ma anche l'eredità di una civiltà remota nel tempo e nello spazio che sentivamo appartenerci e che affiorava con straordinaria suggestione in un tempio a picco sull'acqua o immerso in un mare di ulivi. Prima di arrivare ad Atene salirono in treno alcuni promoters del nord Europa che ci indicarono dove alloggiare. All’improvviso il treno si arrestò davanti ad una casetta bianca con accanto un piccolo pozzo. Rimanemmo fermi per una mezzora; poi il treno ripartì aumentando progressivamente la velocità. Giunti ad Atene tutto sembrava contrastare con lo stile di vita cui eravamo abituati, con i viali illuminati, le moderne auto silenziose, con i ricchi e luminosi magazzini delle metropoli occidentali, gli immensi alberghi e con quei treni sfavillanti; ma ci accorgemmo presto che si trattava soltanto di una falsa impressione. Infatti, la capitale greca in seguito si presentò piena di contraddizioni. Pensammo di sistemarci tutti nell’ostello proposto da un promoter olandese. Chiedemmo di vedere le camere: non ci soddisfecero. Ci dirigemmo quindi verso l'albergo proposto dal promoter francese. Dopo essere passati vicino ad un enorme palazzo abbandonato e crivellato da una miriade di finestre entrammo in una pensione. Fummo accolti amichevolmente, ma anche qui le camere non ci piacquero. Stavamo per andarcene quando il direttore ci propose di dormire all'aperto, sul terrazzo del palazzo, per mille dracme. Il posto era pulito e già occupato in parte da altri giovani turisti che, come noi, avevano preferito le stelle d’Atene al caldo afoso delle camere maleodoranti dell'albergo. Era tardi, e per mille dracme non si poteva pretendere di più. Accettammo.
Dopo esserci opportunamente sistemati, concludemmo la serata in un ristorante. Per poco più di mille e trecento dracme a persona mangiammo con gusto Greek Salad, Souvlaki, Tzatziki, Moussaka, pane, acqua e birra. A tavola parlammo di prodotti tipici spagnoli, psicologia, balli, moda e di un particolare metodo di guarigione naturale diffusosi in occidente a partire dagli anni 80: il Reiki. Rientrammo in albergo verso le due della notte. Alle otto del mattino del giorno seguente avevamo già finito di fare colazione. Uscimmo tutti insieme.
Al mercato principale comprammo della frutta e scattammo alcune foto di gruppo. Continuammo poi il cammino verso l'Acropoli, passando per gli incantevoli negozi di Piazza Omonia. Il panorama della città visibile dalla collina che domina Atene è incantevole. Nel V secolo a.C. Pericle vi fece costruire il più importante insieme di monumenti dell'antica Grecia. L'Acropoli, sovrastata dal Partenone, divenne una città di marmo innalzata per rendere gloria agli dei e per fungere da simbolo della grandezza di tutta la Grecia. Fidia fu l’interprete privilegiato del pensiero politico e dell’ambizione artistica di Pericle, l’artista che seppe tradurre in immagini di eccezionale forza suggestiva i significati politici, etici e religiosi del Partenone.
A nord del Partenone, le Cariatidi - sei bellissime donne di marmo - sostengono il porticato dell'Eretteo, tempio nel quale era conservata la statua lignea di Atena.
Dopo la visita al vicino museo, trovammo un posto all'ombra per mangiare. Rimanemmo stupiti dall’esatta riproduzione scultorea delle forme umane, dalla razionalità delle opere, dalla ricerca dei caratteri specifici delle divinità e degli uomini e dal gusto per i temi erotici. Erica ci fece notare che <<queste divinità manifestavano gli stessi bisogni e gli stessi sentimenti umani (amore, gelosia, odio, collera, invidia, gioia, fame, sete) e che i Greci attribuivano ad essi tutti i fatti e i fenomeni che non erano in grado di spiegarsi>>. Manuela poi chiarì che <<gli dei avevano origine dalla divinizzazione dei fenomeni naturali>> e Serena aggiunse che <<questo processo riguardava anche alcuni uomini ai quali veniva attribuito un carattere semidivino: gli eroi>>. Percorrendo lentamente la via del ritorno, dopo aver acquistato lampade e oggetti vari nei bellissimi negozietti orientaleggianti, ci fermammo a mangiare Gyros Pitas in una rosticceria. Sfiniti, qualche ora dopo eravamo già in albergo.
Poco prima della mezzanotte uscimmo nuovamente per incamminarci verso Piazza della Plaka, un posto ricco di caratteristici caffè e ristoranti. Quella sera le strade di Atene presentavano un’animazione fuori del consueto. Gruppi costituiti da persone che parlavano tutte insieme a voce alta s’incontravano, si salutavano. Non vi era nessuno tra noi che non si sentisse dell'eccitazione addosso. Entrammo in una tavernetta. Nelle taverne del Pireo, come in qualsiasi altro locale di Atene dove si balla e si canta, ancora oggi - nonostante l’elettronica sottragga agli artisti la possibilità di far vivere quelle piccole imperfezioni umane che fanno la vera perfezione - il Sirtaki di Theodorakis si presenta come un filo tortuoso di note, fasti, emozioni, che ha la magia del folklore antico delle città greche d’Oriente ed un cuore etnico che smuove le pietre. In patria o fuori, si ricorre spesso al Sirtaki per dire, cantare, affermare: <<Grecia!>>. Un po’ come avviene per gli italiani con la canzone napoletana: dappertutto vuol dire <<Italia!>>. Ma c’è una differenza fondamentale tra le serate turistiche a ritmo di Sirtaki e il momento della verità che questo ballo significa per i marinai e per i pescatori. Questi ultimi lo ballano fra loro al porto, dopo un piatto di pesce fritto e parecchi bicchieri di ouzo. Hanno alle spalle una giornata di lavoro, la famiglia da mantenere, forse problemi d’amore, amicizie tradite, un rivale da esorcizzare, la paura della vecchiaia e della morte…Al ritmo di quelle note semplici, gli uomini del mare ballano, allacciati per le spalle; poi uno di loro si stacca, guadagna il centro e, incurvato verso la terra, danza da solo, con le braccia larghe, i salti a tempo. Gli altri battono le mani cadenzando i movimenti del protagonista, alcuni inginocchiati intorno a lui. Sulla tavola i resti della cena. Di fronte, il mare. Una confessione, un atto di dolore, un addio alla giovinezza…Chissà. Dopo aver bevuto tutti insieme una <<botella de vino blanco>>, alle tre della notte ritornammo in albergo.
Dopo una notte insonne per le zanzare riprendemmo il nostro viaggio in direzione di Delfi. Sul treno incontrammo una coppia italo-americana proveniente dalle Cicladi e diretta al Monte Olimpo, dove, secondo la tradizione, si trova la dimora degli dei. In questa regione, la Tessaglia, tra boschi, gole e paesini pittoreschi spuntano le Meteore, monasteri bizantini costruiti su grigi rupi scoscese. Ai piedi delle Meteore, la cittadina di Kalambaka è famosa per le sue Chiese bizantine. L’italo-americano ci rammentò qualcosa sul Monte Athos: <<Avvicinabile solo dal mare, il Monte dà il nome a una repubblica autonoma sotto sovranità greca abitata solo da monaci ortodossi. È uno Stato nello Stato greco, come Città del Vaticano è uno Stato nello Stato italiano. La capitale è Karyai, un piccolo luogo di preghiera e di penitenza in cui le automobili non esistono e le donne sono considerate impure e bandite. Anche gli animali devono essere solo maschi. Ai monaci è proibito tagliarsi i capelli, farsi la barba, sposarsi, fumare. I monaci passano la maggior parte della loro vita pregando, lavorando, studiando e obbedendo come soldati alla disciplina imposta dal superiore. I monasteri sono ricchi di capolavori di oreficeria, vasi, reliquari, crocefissi. Chiese e biblioteche abbondano di preziosi manoscritti>>.
Presto ci addormentammo tutti e così, all’improvviso risveglio, dopo aver salutato gli italo-americani, scendemmo alla stazione successiva a quella prevista. Dopo aver aspettato a lungo il treno che ci riportò indietro, prendemmo un primo autobus che ci condusse a Delfi. Le trentine, stanche del viaggio, preferirono prendere il taxi. A Delfi, come da appuntamento, ci rincontrammo tutti al Camping Apollon. Sistemammo le tende in un ampio spiazzo e andammo a darci una ripulita. Uscii dal camping insieme con le spagnole, qualche ora dopo. Per la strada Alicia e Teresa mi parlarono di Santiago de Compostela, nota cittadina della Spagna, la cui origine sarebbe connessa alla miracolosa scoperta della tomba di San Giacomo il Maggiore. Alla fine della serata trovammo posto su una panchina per dare un’occhiata alla guida spagnola.
Delfi, nota soprattutto come sede dell'oracolo del dio Apollo, un tempo era ritenuta il centro della Terra, l'oracolo più celebre del mondo greco. Vi furono istituiti dei giochi, detti Giochi Pitici, in onore di Pitone e di Apollo. Vi si disputavano gare musicali e competizioni atletiche. I sacerdoti svilupparono un elaborato rituale incentrato su una somma sacerdotessa, la Pizia, attraverso la quale giungevano agli uomini le parole di Apollo. La Pizia sedeva su un treppiede al di sopra di una fessura nella roccia, dalla quale si liberava un gas naturale che la investiva provocandole un delirio passeggero che le faceva pronunciare una serie di parole sconnesse spiegate poi in modo ambiguo (per tutelarsi dagli errori) dai sacerdoti. Di solito però i sacerdoti non sbagliavano perché, oltre a fare tesoro delle confidenze dei pellegrini, erano provvisti di informatori mandati alla ricerca ovunque. Coloro che avevano ricevuto un responso inviavano in segno di riconoscenza ricche offerte che arrivavano a costituire un vero e proprio tesoro custodito in un tempietto ai lati della Via Sacra, la strada che sale al tempio di Apollo. Per le sue ricchezze, la città fu spesso attaccata da parte di popolazioni straniere. Dopo la conquista romana della Grecia, e soprattutto con il diffondersi del cristianesimo, gran parte dei suoi tesori fu confiscata e lo splendore di Delfi cominciò a declinare.
Ritornammo al camping per la cena. Dopo aver parlato fino a tarda notte di vela, tennis, basket e di alcuni giocatori del Real Madrid andammo a dormire.
Al risveglio la colazione era già pronta. Per mille dracme ci portarono un caffè-latte, delle vaschette di marmellata, alcune morbidissime fette di pane, una porzione di dolce con mandorle e noci e un bicchiere d’aranciata. Le trentine furono costrette a fermarsi qualche giorno in più a Delfi. Io e le spagnole salutammo tutti e chiamammo un taxi. Dopo quasi venti minuti si presentò un anziano signore con una Mercedes d'altri tempi. Pagammo in anticipo ottomila dracme per Livadia, sede dell'Oracolo di Zeus, dio supremo del mondo greco, massima divinità dell’Olimpo. La vecchia auto circolava effettuando le curve come un compasso, arrampicandosi con fatica sulle salite e correndo con incredibile velocità sulle strade ben asfaltate. Di lì a mezz’ora si fermò alla stazione ferroviaria. Dovevamo proseguire per Larissa, ma dato che il treno che andava in quella direzione era già passato, prendemmo un altro treno in partenza per Atene. Mentre parlavamo del Discobolo di Mirone e dei giochi olimpici antichi, alcuni viaggiatori ci scrutavano con uno sguardo da detective. Accanto a noi, due anziani greci fumavano come turchi. L'odore di quel fumo si mescolava con gli altri odori provenienti da zaini, borse, valige e persone formando un miscuglio sgradevole che, trasformato in tante piccole nuvolette, lottava con la polvere proveniente dall'esterno per uscire dai finestrini.
Ad Atene approntammo il pranzo con quanto era rimasto nei nostri zaini.
Giunti a Patrasso le spagnole non trovarono posti disponibili sulla prima nave in partenza per Corfù e, pertanto, furono obbligate a partire il giorno dopo direttamente per l’Italia. Quando arrivai nella lussureggiante isola di Corfù era notte ed ero da solo. Raggiunsi velocemente una pensione e mi misi subito a dormire. Non appena si levò il sole mi alzai dal letto. L'aria che si respirava era diversa da quella dell'interno della Grecia. L'influenza occidentale si avvertiva in modo netto. Le insegne in lingua inglese sopraffacevano quelle in greco moderno. Elementi del tutto disparati, testimonianze di civiltà diverse, costituiscono l’omonima città capoluogo: piazze larghe; vicoli selciati; case con portici e volte; palazzi signorili inglesi; monumenti veneziani; chiese bizantine.
Il giorno dopo salii sull'autobus per Paleokastritsa, una località piena di coste frastagliate e d’italiani. Passeggiai ripetutamente lungo una deliziosa riva, ma non mancai di visitare un bellissimo monastero situato in cima a una collina. Dopo qualche ora trascorsa a parlare con alcuni italiani me ne ritornai a prendere un po’ di sole in spiaggia. Mi tuffai nel mare da un piccolo scoglio e ci rimasi a sguazzare per un bel po’ di tempo. Il pomeriggio passò così, sotto il sole, serenamente. Verso sera ero nuovamente a Corfù, dove visitai un castello medievale e il Museo d’arte asiatica.
La mattina del giorno seguente mi recai a Sidari. Avevo camminato per molto tempo con lo zaino sulle spalle, tanto che avevo finito di non saper più dove mi trovavo. Non provavo stanchezza, camminavo da solo e in pace, rallegrandomi della bellezza della natura, ma le persone che mi passavano accanto sembravano guardarmi con tanta compassione che parevano sul punto di salutarmi. Il mare era agitato e alcune grosse nuvole si stavano avvicinando con rapidità alla spiaggia. Dopo una sosta di un paio d’ore decisi di ritornarmene a Corfù.
Trascorsi ancora alcuni giorni in giro per l’isola visitando altri luoghi, dormendo nelle stazioni o all’aperto e incontrando altre persone; poi, ironia della sorte, provando un dolore sempre più intenso al tendine di Achille, decisi di ritornarmene in Italia. Acquistai, dunque, il biglietto per Brindisi e mi avviai in direzione dell’Achilleon, residenza della Regina Elisabetta di Baviera, Imperatrice d’Austria e d’Ungheria, meglio conosciuta con il nome di Sissi. Dopo l’ennesima visita turistica, comprai dei regali e mi avviai verso il porto per il check-in. Nell’attesa, una ragazza di Cremona cui pochi minuti prima avevo impedito di imbarcarsi con tutta la sua famiglia sulla nave sbagliata, vedendomi scrivere, scherzando, mi paragonò a Bruce Chatwin, uno stravagante scrittore britannico che <<si manteneva scrivendo libri e articoli per i giornali>>. La ragazza aveva un corpo abbronzato e splendente, i capelli lunghi e neri raccolti sulla testa, e la sua bocca era come una mela rossa che chiunque passando avrebbe voluto assaggiare. Presto però le strade si divisero perché i suoi parenti - la madre e la nonna, smemorate fino all’inverosimile - avevano dimenticato di ritirare i biglietti in agenzia.
Arrivai a Brindisi con pochi minuti di anticipo rispetto all'orario previsto. Dopo essermi aggiornato gratis su quanto stava accadendo in Italia leggendo le prime pagine dei giornali esposti dalle edicole, ripresi il viaggio in direzione di Foggia. Guardai a lungo attraverso i finestrini del treno: campi separati da alberi e siepi dominavano quasi ovunque. Viti e olivi si alternavano a numerose piccole aziende, a Dolmen, Menhir, Trulli e a paesaggi marini non meno incantevoli di quelli greci.
A Foggia presi l'ultimo treno per Telese Terme. Non ero ancora arrivato a Benevento, ma mi trovavo ormai nella terra dei Sanniti. I paesaggi si facevano gradualmente più montuosi, meno pittoreschi, ma sempre più familiari. Alla stazione di Telese Terme il capostazione allontanò la gente dai binari e tra la gente vidi i miei familiari cercarmi con gli occhi pieni di attesa.
Quando arrivai a casa mi riappropriai subito di una parte della mia vita, dello sport. Entrando nella mia camera da letto, accanto ad immagini insolite di Freud e di indiani Apache e alle foto che mi ritraevano con le casacche di diverse società sportive, attaccati al muro ritrovai i gagliardetti ricevuti nel corso della mia umile carriera calcistica. Tra i preferiti quelli della AS Roma, della FCS Benevento, della FK Leotar e del 23° Battaglione Bersaglieri "Castel di Borgo" sono rimasti sempre lì, ben in mostra, per anni; così come per anni sono rimasti adagiati su alcuni mobili medaglie, targhe, coppe e altri premi ricevuti in occasioni di gare sportive a Napoli, Benevento e in altri paesi e città. Avvolto dall’entusiasmo tirai fuori dei cassetti anche alcuni almanacchi, un libro di Michel Platinì e un diploma di partecipazione ai Giochi della Gioventù.
La mia sete di sport continuò il giorno dopo per le strade del mio paese, dove non è soltanto del grande calcio che si parla, ma anche di quello delle piccole società, dei piccoli centri; e dove, fortunatamente, la fantasia e la voglia di vivere fanno sì che le strade, le piazze, i muri, i cortili, i cancelli, gli alberi, i campi rappresentino ancora una palestra naturale in cui divertirsi. I salti, le gimcane tra gli alberi, le corse nei campi arati o l’improvvisazione di una partita di basket o di calcetto in un angolo di strada fanno ancora parte della preparazione fisica di molti miei concittadini, che non mancano certo di passeggiare a cavallo o sorvolare le verdi montagne del Taburno con leggeri, colorati e splendenti deltaplani.