Delhi, 6-7 novembre 2002

Passiamo due giorni a Delhi ospiti in casa di anam in compagnia di centinaia di libri, dei più svariati oggetti collezionati in anni ed anni di permanenza in Asia, e degli odori che stranamente sembrano gli stessi della sua casa sull’Appennino toscano. La sua macchina organizzativa a Delhi, generosamente messaci a disposizione, attutisce l’impatto che qualsiasi pasciuto occidentale mai stato in India avrebbe ad essere catapultato qui alle 5 del mattino. L’autista Mr. Billa, che ci scarrozzerà per due giorni, e’ un sikh moderno, senza capelli lunghi ne’ turbante, ma quel che c’e’ di curioso e’ che suo figlio di 16 anni e’ invece un sikh classico.

Appena iniziamo ad aggirarci per la città, I dreads di Nicola diventano subito un’attrazione e ci danno modo di sperimentare la strana (almeno per noi) curiosità degli indiani. Basta che il primo (di solito un bambino) si fermi a guardarlo, che ne arriva un altro, poi altri due, fino a formare in poco più di un minuto un capannello di almeno dieci persone. La mattina al Qutb Minar, minareto del XIII secolo, Nicola viene scoperto da un gruppo di turisti indiani del Gujarat. E’ accerchiato da una ventina di persone che divertite gli toccano i capelli, e gli stringono la mano mentre altri fanno fotografie, come si fa con qualsiasi popstar.

La moschea Jama Masjid, la più grande dell’india, e’ situata nel bel mezzo della vecchia Delhi, raggiungibile da una larghissima ed alta scalinata. L’ingresso immette in un enorme piazzale da dove si accede sulla destra alle stanze di preghiera aperte da un lato. Ci sediamo in mezzo al viavai di uomini vestiti dei più vari tarrabani che camminano o si inginocchiano, si sciaquano alla fontana in mezzo al piazzale, o semplicemente stanno semisvaccati appoggiati a muri o colonne.. C’e’ poco da fare, questi musulmani mi incuriosiscono sempre di più, forse anche a causa dello spirito di contraddizione che mi oppone alla repentina crociata anti-islamica che da più di un anno sta montando in occidente.

Checche’ si dica dell’Islam, qui l’atmosfera e’ di tranquillità ed armonia, tanto che il bailame di calcson, motorisciò, risciò a pedali, carri, carretti e mucche libere che si svolge nella strada pochi metri più giù, sembra lontanissimo. Anche nella moschea non tarda a formarsi un gruppo di spettatori che rimangono a guardarci per oltre un quarto d’ora senza aprir bocca. Sembra che non gli passi assolutamente per la testa che la loro concentrata attenzione possa imbarazzarci. si ha piuttosto l’impressione che sia una sorta di pacifica partecipazione al nostro semplice star seduti su uno scalino della moschea. Pochi minuti dopo che il pubblico, ad uno ad uno, se ne’ andato, i pasciuti occidentali vengono professionalmente informati che per loro e’ ora di uscire, probabilmente perché sta iniziando una qualche preghiera.

Tornare a casa su un motorisciò verso le sei, probabilmente l’ora di massimo traffico, ci dà un’idea del clamoroso inquinamento di Delhi. Noi montanari, sicuramente più avvezzi alle vette dell’Ucceliera che al traffico di una megalopoli, avvertiamo forse più di altri la gola stranamente secca e gli occhi che pizzicano. Oltre che da questi sintomi, il fitto smog che attanaglia questa città e’ visibile sotto forma di una nebbiolina a tratti azzurrognola a qualche decina di centimetri da terra. Il motorisciò si destreggia tra la nebbiolina, continui clacson, motorini impazziti, placide mucche che attraversano la strada ed altri motorisciò, fino a percorrere gli ampi viali che conducono al nostro alloggio. Qui ci vediamo con Mr. Raghu, il "personal assistant" di anam. Dopo alcuni contatti per e-mail e telefono, finalmente ci incontriamo. Mi immaginavo un *segretario* anziano e burocraticheggiante, invece sembra avere poco più della nostra età ed uno sprint diverso dalla generale, rilassante calma degli indiani. Dopo un po’ la nostra discussione scivola inevitabilmente sull’argomento libri e sull’eretico "Lettere contro la guerra". Nessun editore di lingua inglese l’ha voluto finora pubblicare, allora anam ne ha fatte stampare duemila copie presso un piccolo editore di Delhi per darlo ai suoi innumerevoli (infiniti?)contatti in lingua non-italiana. Raghu ci porta in una stanza dove stanno tre scatoloni pieni del libro e ce ne becchiamo uno a testa. Il caso, il cielo, o una dodecupla catena di causalità, a seconda delle varie concezioni della vita, ha fatto si che Vincenzo Collarino, membro della Tomas Ciampi Connection e cosmopolita pistoiese, sia stato spedito a Delhi solo dieci giorni fa dalla Comunità Europea, e ci rimarrà per due anni. Vive e lavora a pochi passi da noi e, venuto a trovarci, scopre di avere conoscenze in comune con Raghu. Dato che la delegazione europea, da poco sbarcata in India, farà delle conferenze stampa per farsi conoscere, ed essendo Raghu corrispondente dall’India per Der Spiegel, sicuramente si incontreranno di nuovo.

Con Vincenzo andiamo a cena a casa di Alessandra, che da un anno lavora all’ambasciata italiana. La tavolata e’ allestita per terra, in un enorme stanzone letteralmente vuoto. Ne fanno parte anche massimo dell’ufficio importazione della Coin, poi Lisa ed Alessandra che lavorano per un qualche progetto delle Nazioni Unite. I nostri commensali ci dispensano consigli sull’India compresa la pericolosità del Kashmir, eterno teatro della contesa indo-pakistana. Eventuali occidentali che andassero là a bischero-sciolto rischierebbero di scomparire e, nel caso fossero italiani, proprio l’ambasciata dove Alessandra lavora sarebbe costretta ad andare a ricercarli. Quasi tutti della tavolata andranno qualche giorno a Pushkar per la grande fiera di cammelli che vi si tiene ogni anno. Anche noi abbiamo programmato di andarci, e tutti quelli che abbiamo incontrato finora sembra che faranno lo stesso. "Tutti i bravi turisti ci vanno, ma non vuol dire che non sia bella" aveva scritto anam qualche giorno prima di partire... Poco dopo ritornati a casa arriva, inattesa, una sua telefonata di saluto da qualche imprecisata parte di mondo che ci dà alcune possibili tracce da seguire "altrimenti dell’India vedete solo cammelli."

8 novembre 2002

Stanno per finire i nostri primi giorni da principini inamidati; da ora in poi affronteremo l’India da soli. Mr. Billa ci porta alla stazione degli autobus da dove partiremo per Jaipur. Abbiamo saltato Agra perché pare che sia più caotica e inquinata di Delhi, ed alla fine c’e’ da vedere solo il Taj Mahal, visto e rivisto in tutte le salse in innumerevoli foto. Evitando di respirare altri miasmi, forse allungheremo anche la nostra vita almeno di 10 15 minuti.

Jaipur, 8 novembre 2002

Finiamo in una guest house piena di turisti israeliani e di rarissimi esemplari italiani reduci dei gruppi hippy anni ‘70 che, seppur con i capelli più lunghi, fanno le stesse cose di 30 anni fa.Ci illudevamo di averci lasciato alle spalle il traffico di Delhi, invece lo ritroviamo a Jaipur in scala leggermente minore, ma con molto più mucche, sia nei vicoletti che in mezzo al traffico.

Spostamento in autobus verso l’Amber Fort, palazzo-fortezza del XVI secolo. Circa a metà del sentiero in salita conosciamo un gruppo di studenti di Jaipur, mossi dalla stessa curiosità di tutti gli indiani con cui abbiamo chiacchierato per ora in aeroporto, autobus, o per strada. Tra le domande a cui rispondiamo figurano inevariabilmente: "Quanto guadagni al mese?" "Qual’e’ lo stipendio medio in Italia?" "Quanto costa il visto?" e sempre salta all’occhio il fatto che per noi occidentali e’ facilissimo ottenerlo per venire in India, mentre e’ esattamente il contrario per gli indiani venire in occidente.

Tiger Fort: arriviamo in motorisciò all’inizio del sentiero lastricato di pietra in salita che in mezz’ora ci condurrà al Tiger Fort, altra fortezza molto più recente. Qui siamo già fuori dal caos simil-Delhi di Jaipur. Siamo "ni’ rurale a bestia", come dice Giovanni, nostro compagno di viaggio che e’ già stato in India ospite di famiglie indiane e, pur parlando solo un po’ di hindi e non parlando inglese, conosce tantissimi dettagli a noi sconosciutissimi delle abitudini familiari e religiose di queste parti. Saliamo il sentiero dove presto incontriamo una donna vestita di un coloratissimo sari che prepara e mette a seccare alcune forme di sterco animale che poi serviranno ad alimentare il fuoco per cucinare. In India si ricicla tutto, e tutto e’ sfruttato al massimo. Sembrerebbe il paradiso degli ambientalisti... invece non esiste assolutamente la seppur minima *coscienza ecologica*, come si direbbe da noi. Non esistono cestini per rifiuti e tutti semplicemente e con assoluta naturalezza li gettano per terra. In molte zone probabilmente non esiste nemmeno un sistema di raccolta. tutto viene ammucchiato in spazi lungo le strade dove poi le mucche, i tanti cinghiali che si vedono in giro, e non di rado esseri umani, cercano quello che gli può servire risolvendo così la questione dei rifiuti organici. Ma la plastica? Che fine faranno per esempio le innumerevoli bottiglie d’acqua che quasi esclusivamente gli occidentali consumano?

11 novembre, Verso Pushkar

Non facciamo in tempo ad entrare nella stazione delgli autobus che ce ne viene uno incontro con il bigliettaio atleticamente aggrappato alla porta che sbraita "Pushkar! Pushkar!" In un lampo decidiamo di salire a bordo  accolti da una decina di sguardi di ruvida curiosità degli indiani delle campagne. Durante il viaggio parlo con un perspicacissimo studente di ingegneria, con cui la conversazione va anche oltre i soliti argomenti di rito. Anche lui, come tutti gli altri con cui siamo caduti sulla questione, ha avversione per il Pakistan nemico dell’India. Mentre l’autobus zigzaga pericolosissimamente tra camion, mucche e carretti di entrambe le corsie, come se nessuno ne seguisse una in particolare, il quasi ingegnere ci rassicura dicendo che il traffico su quella strada e’ sicurissimo; non e’ mai successo niente. Ma solo dieci minuti dopo i fatti sembrano smentirlo quando oltrepassiamo un enorme camion carico di fieno completamente ribaltato. Il nostro molto- temporaneo-compagno-di-viaggio senza neanche voltarsi a guardare ci spiega che era sovraccarico.

Parlando del menu con i simpatici gestori dell’hotel Kohinoor, dove abbiamo trovato alloggio, si viene a sapere che Pushkar e’ una città santa, per cui e’ proibito consumare alchool, carne e uova; ma una frittata ce la possono fare, a patto che non lo diciamo a nessuno. Qui c’e’ uno dei pochissimi templi al mondo dedicati a Brahma. Lui stesso non avendo una città a lui dedicata un giorno gettò sulla terra un fiore d loto e dove ne fossero caduti i petali sarebbero sorti templi in suo onore. Uno dei petali cadde qui, nel punto dove immediatamente cominciò a sgorgare l’acqua che formò il lago attorno al quale si e’ sviluppata la città.

Siamo arrivati qua qualche giorno prima che inizi la fiera e possiamo avere un’idea di come sia Pushkar prima che, come sembra, venga invasa da migliaia di persone. Gli occidentali sono ancora pochissimi, ma e’ proprio in questo momento che avviene la compravendita degli animali. Un’area semi-desertica ad un kilometro dalla nostra pensioncina e’ già invasa da tende, cavalli, cammelli e dai nomadi del deserto. In un grande stadio e’ allestito uno spazio per spettacoli con tanto di altoparlante stile grammofono anni ‘20. Più che lo spettacolo, fatto di balletti e incomprensibili commediole in hindi, ciò che immediatamente sorprende e’ il pubblico. Tantissimi uomini del deserto sono qui accovacciati per terra, tutti con una coperta indosso, nessuna uguale alle altre. E’ tutta una variegata distesa di turbanti, sotto i quali stanno uomini fatti di una pasta assolutamente diversa dalla nostra. I loro occhi e perfino le loro rughe li fanno immediatamente distinguere anche dagli indiani di città. Dai loro sguardi si capisce che non hanno nulla a che fare con la civiltà occidentale; non sanno l’inglese e non ci guardano con la comune curiosità degli altri indiani.

Vedendoli aggirarsi con la loro tenuta per noi quasi carnevalesca per la via principale di Pushkar fatta di turisti occidentali, negozi e bancarelle sempre più ricolme di gingilli da vendere alla festa, mi viene quasi paura che quella loro diversità venga in qualche modo inquinata.

Pushkar, 12 novembre 2002

Entriamo nel famoso Brahma Temple. La larga scalinata e’ divisa in due da una ringhiera: si sale da sinistra, si gira nel tempio in senso orario, e si ridiscende poi da destra. Noi lo capiamo dopo e cominciamo subito male salendo dalla parte sbagliata. Davanti al tempio, come davanti a tutti quelli che vedremo in seguito, vengono venduti fiori e pacchetti di piccoli confetti da dare in offerta alla divinità dopo aver battuto una campana per annunciargli la propria presenza. Oltre che a Brahma, la divinità principale, le offerte vengono fatte anche a tantissimi altri tabernacoli piccoli e grandi con immagini di Shiva, Ganesh, Kali, ma addirittura anche agli alberi, le cui basi sono cosparse di confetti, fiori, incensi e monete. Al suono della la campana continuamente battuta dal flusso ininterrotto di gente, Giovanni, che conosce già queste cose, fa il suo giro di offerte come tutti. Io che non voglio certo cambiar religione un’altra volta faccio il rispettoso osservatore, mentre Nicola salirà dopo per paura che gli portino via le sue costosissime scarpe.

13 novembre 2002

Le ambasciate americana e inglese hanno consigliato ai propri connazionali di non recarsi a Pushkar per la possibilità che si verifichi un attentato. anche Mr. Raghu ci avverte da Delhi con una e-mail. Mi viene subito da pensare all’America ossessionata dagli attentati e al fatto che la miglior cura per le proprie ossessioni sarebbe riflettere sulla propria politica estera.

Riguardo agli attentati realmente accaduti non c’e’ mai stato avvertimento. Gli unici attentati annunciati sono sempre stati quelli apparentemente legali e giustificati, come gli embarghi decennali che colpiscono solo la povera gente e le scorribande militari ora associate al mostruoso concetto di *guerra preventiva*, fatto digerire all’opinione pubblica senza tanto sforzo grazie alla sapiente gestione dei media. Mosso da tutti questi pensieri, voto impulsivamente per rimanere.

14 novembre 2002

Lungo alcune vie di Pushkar vengono montate delle specie di impalcature fatte di lunghi tronchi di legno. Ripassando verso sera si capisce che stanno montando delle specie di metal detector attaccati lungo i pali, con due fili che vanno a finire ad una buffa scatola nera con tanto di manopole e lancette, tipo radio militare della II guerra mondiale. Un tecnico cerca di orientarsi tra lucine, suoni e fischi mentre decine di persone al secondo oltrepassano il metal detector. Ci sono altre 3 o 4 postazioni del genere appena abbozzate in altre zone della città. Ci domandiamo se finiranno prima loro di montarle o finirà prima la festa.

Pushkar 15-16-17 novembre 2002

Fortunatamente la prospettiva di vedere solo cammelli sembra scongiurata. A Pushkar abbiamo conosciuto l'induismo, i bagni dal complicatissimo rituale nel lago, e visto i Sadhu, i santoni vestiti di arancione che ad un certo punto della loro vita lasciano tutto per girare l'India a piedi da un tempio all'altro.

Mentre Nicola e Giovanni fanno un corso di Tablas, io scribacchio o faccio passeggiate nel semi-deserto appena fuori la cittadina, attraverso un percorso insegnatomi da Joachim, interessante personaggio nostro vicino di stanza cileno. Condividiamo con lui i momenti liberi, legati dalla comune latinita'. Lui e' qui a fare un corso di flauto, ha circa 45 anni, perciò e' stato diretto testimone di un altro attentato terroristico avvenuto a Santiago del Cile l'11 settembre 1973.

 

Lo spazio festa è ogni giorno sempre più esteso e affollato, ma non di occidentali, che vedevamo aumentare i giorni scorsi ma che ora sembrano quasi tutti scomparsi causa l'allarme attentato. Si e' anche sparsa la voce che siano stati arrestati alcuni sospetti kashmiri, ma non ci sono conferme sulle pagine internet della BBC o CNN, che parlano solo del grande spiegamento di polizia che troviamo ormai ad ogni angolo, munita dei suoi semplici bastoni di legno.

Nello stadio, dove ora al posto dell'altoparlante-grammofono dei primi giorni c'è un impianto audio come lo intendiamo noi, è stato allestito uno spazio in prima fila con tanto di tappeto dove i pochi occidentali, noi compresi, sono invitati a sedersi. Forse serve loro a fare delle foto per mostrare sui giornali che la festa è riuscita ad attirarli lo stesso? Noi comunque ci sediamo per un po’ tra gli uomini del deserto prima di andare verso il circo.

E qui sembra davvero di essere saliti su una macchina del tempo. Potrebbe benissimo essere un possibile paese dei balocchi dell'epoca di Pinocchio, con tanto di giostrina per bambini spinta a mano dal giostraio. Il circo è composto da due baracconi, in uno dei quali si svolge uno spettacolo di donne in costume da bagno. Dev'essere molto osé per gli standard locali, a giudicare dal pigia-pigia che c'è davanti al cancello da dove si può lanciare uno sguardo verso il palcoscenico prima che venga tirata una tenda per invogliare a pagare il biglietto ed entrare.

Come al solito il vero spettacolo per noi è fuori. Stiamo un po’ davanti a questi baracconi d'altri tempi tra nuvole di sabbia, viavai di gente intarrabanata con turbanti e coperte, il tutto illuminato da deboli lampade gialline, finché non ci viene spontaneo domandarci "Ma dove siamo?"

 

Non senza una certa sorpresa apprendiamo che gli italiani da queste parti godono di grande simpatia e rispetto, mentre è esattamente il contrario per gli israeliani che come vediamo e vedremo anche in seguito, sono ovunque tantissimi.

Gli indiani debbono fare buon viso a cattiva sorte perché portano loro lavoro e soldi, ma appena possono cercano di sfogarsi e condividere le loro ragioni con chi israeliano non è: fanno confusione, risse, hanno quel classico atteggiamento di chi crede di poter fare tutto quello che vuole perché ha soldi e può pagare - e questo è ancora più facile in un paese economicamente povero come l'India - non cercando minimamente di rispettare gli usi e la cultura del paese che li ospita. Questo offende particolarmente la sensibilità degli indiani qui a Pushkar, dove l'alchool è ufficialmente proibito anche se presente sottobanco e con discrezione, ma dove lo stesso gli israeliani si ubriacano platealmente e molestamente in pubblico. Proprio oggi il gestore del nostro albergo ha sparato loro la cifra di 2000 rupie a notte per non averli intorno.

Naturalmente esistono anche degli italiani che si comporterebbero così, ma a causa della grande lontananza c'è una sorta di filtro per cui, per varie ragioni, semplicemente non verranno mai in India, a tutto vantaggio della nostra reputazione.

 

Dovunque in India si nota che la società e' strutturata in tantissime classi sociali, come compartimenti stagni, tra le quali i rapporti sono rigidissimi. Questo è particolarmente visibile nei ristoranti, dove tutto è gerarchicamente regolato da un sistema di capi e sottocapi fino all'ultimo lavapiatti che si trattano rudemente a vicenda, sistema che è un chiaro specchio del fenomeno generale. Ciò che si avverte nell'aria è che non sia assolutamente previsto il passaggio da una classe all'altra. Chi nasce in una certa condizione è destinato a rimanerci senza possibilità di cambiamento, compreso chi nasce nelle classi povere e poverissime.

Come per un meccanismo perverso dell'umano spirito di adattamento, la povertà dell'India, spesso l'unica cosa a cui si associa l'idea di questo paese in occidente, diventa un vero e proprio mestiere. Questo è stato particolarmente chiaro stamattina, quando un ragazzo di circa 13 anni si è presentato col fratello che ne aveva al massimo 5, insegnandogli a chiedere soldi. Per quel bimbo quella è l'unica scuola, l'unica idea del mondo, l'unico modo di vivere che sta imparando a conoscere. Anche le mutilazioni, che in occidente si nascondono e si camuffano accuratamente, qui sono un vero e proprio strumento di lavoro, la prima cosa di sé che viene mostrata. Ne vediamo tante tutti i giorni. All'inizio fanno impressione, poi man mano che passa il tempo, anche per quello strano spirito di adattamento, ci facciamo l'abitudine. Passando oggi per la via principale con Joachim abbiamo visto un uomo privo di gambe, vestito di tanti colori e gingilli. Si era legato le mani al collo con una catena e si rotolava letteralmente per terra, e noi non abbiamo potuto far a meno di scoppiare a ridere.

Ogni occidentale si pone prima o poi il problema di come operare una sorta di *ridistribuzione*, seppur simbolica, della sua ricchezza; benché sembri di buttare una goccia nel mare, è pur vero che il mare è fatto di gocce. L'educazione, l'istruzione, anche se i suoi effetti sono visibili magari a medio o lungo termine, è probabilmente l'aiuto migliore affinché qualcuno riesca a trovare la via per risolvere i propri problemi. Ma certamente una via indiana e non una via occidentale. Il massiccio e improvviso impatto della cultura asiatica con l'occidente sembra sempre di più un dramma per tutto il continente. Le grandi città in pochi decenni si sono completamente trasformate; le aziende occidentali in cerca di manodopera a basso costo modificano zone rurali, ne assumono i contadini per qualche tempo, finche non scoprono che è più conveniente spostarsi altrove e se ne vanno lasciando la zona devastata e gli ormai ex-contadini che non sanno più cosa fare. Altri contadini indiani, invece, hanno cominciato a picchiare le mogli perché non assomigliano al modello di donna che vedono in una serie di telefilm americani piombati all'improvviso fino agli angoli più remoti del paese attraverso la televisione.

Per questo, per operare la mia *ridistribuzione*, mi riprometto di cercare un ente od organizzazione che promuova un'educazione indiana di base per quelle fasce di popolazione che altrimenti rimarrebbero del tutto illetterate.

 

18 novembre 2002

Con Giovanni andiamo in cerca di una piscina all'interno di un albergo fuori Pushkar. Dopo circa un kilometro a piedi la piscina si rivelerà poco più di una pozza di acqua marmata, ma il viaggio non sarà stato del tutto inutile. Appena fuori la strada c'e' un accampamento di tende che avevamo già visto all'andata con tre uomini accovacciati a terra che suonano degli strumenti. Al ritorno ci salutano per la seconda volta e ci invitano verso la tenda. Perché non andare?

Appena sistemati tra loro ci accorgiamo che si tratta di un rito hindu e la musica serve ad accompagnare la preghiera alla divinità raffigurata nel quadro che c'e' lì in mezzo. Al semplicissimo ritmo di una percussione e di due specie di piccoli piatti legati insieme con una corda, uno dei tre dice delle parole, sempre le stesse, che poi gli altri due ripetono. Ad un certo punto, tra un ciclo e l'altro, il percussionista ci dice in uno stentatissimo inglese: "24 anni", poi si accorge che proprio non riusciamo a capirlo e dopo un po’ si corregge: "24 ore". Solo due parole, ma dalle quali si può ricostruire che hanno deciso di offrire musica e preghiere per un giorno intero.

 

Domani la compagnia dell'anello si scioglierà. Nicola e Giovanni staranno in India altri 3 o 4 mesi e tra poco muoveranno verso nord per l'Himalaya, mentre io andrò a vedere Benares, verso est, prima di avvicinarmi a Bombay da dove - avendo un'idea teorica ma non pratica delle grandi distanze dell'India - abbiamo fissato il volo di ritorno.

Il culmine della festa, che io non vedrò, avverrà con la luna piena la sera del 19, ma si può gia' avere un'idea dell'enorme massa di gente che si sommerà a quella già presente. La strada principale nel pomeriggio è così piena da sembrare che non possa contenere nemmeno una persona in più; ma il bello deve ancora arrivare. La sera lo spazio festa è per noi ai limiti del vivibile. La gente continua a crescere e dato che ognuno muovendosi sposta la sua personale quantità di polvere e sabbia, l'aria diventa sempre meno respirabile. Ci spostiamo allora inevitabilmente verso il centro dove fortunatamente siamo ripagati da un'altra bella sorpresa. Passiamo davanti ad un tempio dove stanno suonando musica. Entriamo? Non entriamo? Entriamo.

Seduti di fronte al quadro della divinità stanno decine e decine di uomini e donne tra i quali ci sediamo. Vicino al quadro ci sono i suonatori di strumenti a corda e percussione, e qualcuno che canta al microfono. Ogni tanto, a sorpresa, qualcuno dal gruppo dei musicisti si alza ed esegue delle danze. Ad un certo punto arriva una donna vestita di un elegantissimo sari, che viene salutata da tutti ed invitata a cantare. Immaginiamo che sia di alto rango, in quanto le donne in India sono dovunque almeno un passo indietro rispetto agli uomini.

Si suonano melodie a noi sconosciute, ma il tutto è assolutamente coinvolgente. Non è un concerto, non è qualcosa per turisti e nemmeno uno spettacolo, ed è inutile dire che, almeno io, non ho mai visto niente del genere. L'impressione è fortissima.

 

19 novembre 2002

Giorno di partenza. Prenderò il treno da Ajmer, la cittadina vicina, fino a Delhi dove mi fermerò un giorno prima di salire sul treno notturno per Benares. Così avrò anche il tempo di vedere Birla House, dove Gandhi visse i suoi ultimi giorni e dove fu ucciso, ed anche Raj Ghat, il punto dove fu cremato.

 

Verso la tarda mattinata Nicola ritorna dal corso di Tablas. Dall'aria con cui descrive il suo tragitto sembra piuttosto che stia tornando da una qualche trincea: la strada è già piena di gente all'inverosimile, ancor più di ieri, e sembra di soffocare solo a starlo a sentire. Annuncia che per oggi non metterà più piede in centro, ed io seguo assolutamente il suo esempio. Mi limito a finire il bagaglio e fare le ultime cose prima di partire. E' ormai appurato che in India conviene riferirsi sempre a qualcuno che si conosce, anche solo un po’, così vado all'agenzia viaggi dove ieri ho fatto i biglietti del treno a chiedere da dove parte l'autobus che in poco più di mezz'ora dovrebbe arrivare ad Ajmer. Apprendo che l'autobus parte ad un kilometro da lì perché il centro è chiuso a causa della festa. Bene a sapersi; ma per fortuna il mio interlocutore fa qualcosa di diverso dal burocratico rispondere con meno parole possibili alle mie domande: quando sono uscito e già lontano dall'agenzia, mi fa richiamare e dice che la strada per Ajmer è chiusa e c'e solo una strada alternativa, ma dove l'autobus impiegherebbe più di un'ora. Il modo più sicuro per raggiungere Ajmer in tempo è il taxi. Dalla sua concitazione sembra che lasciare Pushkar sia diventato improvvisamente difficile come andarsene via terra dalla Berlino Ovest dei tempi che furono. Non posso che convenire con lui che il taxi è l'unico mezzo per essere sicuri di non perdere il treno. Se lo prendo tramite l'agenzia costa 250 rupie perché sono cliente, altrimenti 300. Faccio un giro per verificare i prezzi sul mercato, poi concludiamo l'affare. Il taxi mi aspetterà lì davanti alle 13.45.

Dopo un'oretta ripassando per caso di lì il mio interlocutore mi chiede: "Ma dove sono i bagagli?" Il mio orologio segna le 13.10 mentre il suo le 13.35. Allora controlliamo quello affisso al muro all'interno dell'agenzia che segna le 13.17, una giusta via di mezzo? Mi precipito all'albergo per cercare di capire che ore sono veramente. Ognuno dei tre ragazzi che mandano avanti la baracca ha un'ora diversa sul proprio orologio, ma hanno l'idea di verificare quella fornita da una rete televisiva. Appena ci rendiamo conto che quell'orologio, che dovrebbe essere un po’ più ufficiale degli altri, è cinque minuti indietro rispetto al mio, scoppiamo tutti in una gran risata. Il tempo in India non è catalogabile né imprigionabile in una gabbia di numeri !

Faccio in tempo a mangiare poche cucchiaiate di un pranzo che sembra non arrivare mai, prima di espletare il rito dei saluti, sempre impegnativo, ma che stavolta la fretta rende più semplice. Con Nicola e Giovanni ci lasciamo come compagni di strada che davanti ad un incrocio si salutano prendendo ognuno la sua via, poi scompaio per le scale che scendono giù dal tetto-sala-ristorante dell'albergo.

Sul vetro davanti del taxi sono appiccicati vari foglietti, tipici della simpaticissima burocrazia indiana, timbrati e firmati da una qualche autorità per poter passare dalla zona proibita, la via che in 15 minuti conduce da Pushkar ad Ajmer. Viene appiccicato un ennesimo foglietto, poi il taxi comincia ad avventurarsi tra le decine di persone al secondo che, ora la maggior parte a piedi, continuano ancora ad arrivare spesso cariche di pacchi e fagotti delle più varie forme e legature.

L'autista spera ancora di poter passare dalla via più breve, ma al primo posto di blocco il quasi impercettibile cenno di una guardia imbronciata fa capire che non è il caso. Imbocchiamo allora la via alternativa costellata di autobus pienissimi, alcuni con gente anche sul tetto, mezzi fermi e mezzi che avanzano a passo d'uomo in direzione Pushkar. Ma noi andiamo nella direzione opposta, così l'autista può finalmente sfogarsi in una guida degna di un rallista di professione. Già dopo 10 minuti il caos e il pienone sono completamente scomparsi. Anche considerando di impiegarci un'ora, abbiamo comunque un buon margine di tempo per non perdere il treno, ma lo stesso lui continua del suo passo. Probabilmente intende aumentare l'importo della mancia finale, quasi dappertutto d'obbligo in India, e mentre inforca una curva dietro l'altra elenca il suo curriculum di autista nei traffici più difficili di Delhi e Jaipur.

Incrociamo un'altra strada che potrebbe farci arrivare prima; anche questa è bloccata da due guardie imbronciate, ma l'autista ha un ultimo asso nella manica. Appena dietro una curva ci infiliamo in un pezzetto sterrato che conduce alla strada in questione. Ora abbiamo le guardie a pochissimi metri ma sono voltate di spalle. Frazioni di secondo di brivido. Non ci vedono, possiamo andare !

 

Questo resoconto può finire qui. In seguito il suo compilatore è stato qualche giorno a Benares, che qualsiasi guida dell'India meglio di lui può descrivere, e poi si è sparato 36 ore di treno fino alle spiagge del sud-ovest prima di ripartire da Bombay il 2 dicembre.

Benares è il luogo più sacro dell'Induismo, dove i pellegrini vanno per purificarsi nelle acque del Gange. E' la città dove anche morire è diverso che altrove, in quanto assicura la liberazione dal ciclo di nascita e morte. Ma è anche la città dove l'inquinamento del Gange raggiunge livelli spaventosi.

E' poi la città a 10 kilometri da Sarnath, dove il Budda passò e tenne un sermone, e dove ora sorgono molti templi buddisti. Là il compilatore di questo resoconto si è procurato una ferita ad un ginocchio con una striscia di allumino. Fortunatamente lì vicino c'era un monaco birmano con un unguento a base di erbe e tintura di iodio. "Questo è buonissimo, viene dalla Corea!" Il momento in cui è stato medicato dal monaco in abito arancione con l'aiuto di un'intarrabanato guidatore di risciò è uno dei suoi più vivi ricordi degli ultimi giorni di viaggio (e quando mai può ritrovarsi di nuovo in una situazione così?). In seguito il monaco l'ha accompagnato ad un vicino pronto soccorso, brillantissimo esempio della già citata burocrazia indiana. In una stanza piuttosto spoglia, dietro un bancone di legno circondato da alcune persone li solo a dare consigli, il medico sforzandosi inutilmente di assumere il tono più burbero possibile ha annunciato che c'era solo da pulire la ferita. Subito dopo ha cambiato idea: ci volevano dei punti "altrimenti l'infezione si propagherà per tutto il suo corpo!", poi infine si è limitato a far fare una strettissima quanto inutile fasciatura e a compilare dei semplici pezzetti di carta (ma completi di vistosissimo timbro) che rimandavano il compilatore ad un ospedale di Benares dove poi non è mai andato. Lui ed il monaco si sono adeguati al serissimo clima che si respirava nell'ambulatorio salvo poi scoppiare a ridere appena usciti fuori. "Questa è l'India!", ha detto il birmano. Ma era anche l'India dove poco dopo i due hanno trovato dei resistentissimi cerotti che hanno retto addirittura a 3 o 4 giorni di bagni nell'oceano indiano.

Benares è la città, infine, dei famosi Ghat (le scalinate di accesso al Gange), due dei quali sono adibiti alla cremazione dei cadaveri all'aperto, che vengono bruciati in pire di legna per poi gettarne le ceneri nel fiume. Presso uno di questi il compilatore osservava il rituale mentre parlava con un ragazzo il corpo della cui nonna stava bruciando lì vicino. Gli ha chiesto se avessero bruciato anche il cadavere di un cane che si trovava per caso tra due roghi. Nel sinteticissimo inglese degli indiani il ragazzo ha risposto: "put Ganga", lo buttiamo nel Gange.