Capitolo 4°
Direzione Negev.
"Trasformate il grande deserto in una fonte di forza e di potere.
Fatene la fortuna delle nostre genti."
David Ben Gurion,padre di Israele
Sono ritornato a Casanova e tra qualche calcolo sulla situazione denaro e quattro chiacchiere nell’atrio con una simpatica e cicciona donna ungherese sui rischi che si correrebbero in un matrimonio misto tra arabi e cattolici (forse la signora stava ipotizzando una sua improbabile sistemazione matrimoniale in terra santa con qualche palestinese e voleva il mio pigro parere) , ci apprestiamo a pagare e a partire verso Betlemme. Arrivederci Casanova!
Essendo già sera e non essendoci mezzi pubblici verso Betlemme, ci affidiamo ai mezzi privati. Uscendo da Porta Nuova ci mettiamo alla ricerca di un taxi mentre ormai è già notte su Gerusalemme. Le luci sui monumenti rendono il distacco più difficile ma forse in cuor mio già medito per un ritorno breve prima di tornare in Italia. Troviamo un taxi gestito da un palestinese: i taxi qui in Israele (soprattutto quelli che appartengono agli arabi) non sembrano automobili ma bazar dipinti di giallo…Tendine, portapacchi, ninnoli appesi allo specchietto retrovisore,foto di Arafat e dall’autoradio la inconfondibile musica araba che aleggia tra i sedili ed esce fuori dai finestrini come se fosse fumo di hashish. Ormai la calda sicurezza di Casanova,culla dei pellegrini cristiani e ritrovo dei fedeli europei, è perduta…Siamo soli . E dinnanzi a noi il territorio palestinese ci attende con le braccia aperte. Ammiriamo per l’ultima volta la Gerusalemme by night dal taxi in corsa e alcuni posti di blocco dei soldati israeliani ci fanno capire che stiamo veramente entrando in un altro territorio.
"E tu, Betlemme di Efrata
così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda,
da te uscirà colui
che deve essere il dominatore in Israele…"
Michea 5,1
Appena giunti a Betlemme subito ricadiamo nelle stesse considerazioni fatte su Nazareth: strade buie, mura con scritte in arabo inneggianti all’Intifada, la caserma della Polizia israeliana rinchiusa in una gabbia di ferro come se quel pezzo di Betlemme fosse un altro pianeta,un’altra dimensione…Scaricati i nostri zaini (avevo dimenticato in questi giorni di visita alleggerita a Gerusalemme il loro peso) siamo subito circondati dai bambini che ci chiedono la provenienza ed il più audace di loro ci ha chiesto uno o due schekel per condurci alla sede betlemita di Casanova…"Urrà!!!" Pensai ingenuamente …"Abbiamo risolto subito il problema dell’alloggio dopo due minuti che siamo scesi dal taxi!" E poi mi confortava l’idea di stare in un ambiente come quello di Casanova dove si possono fare quattro chiacchiere con qualche prete pellegrino…Chissà: forse il frate direttore è un tipo "easy rider" come quello di Gerusalemme. Mentre fantasticavo sulla nostra presunta fortuna,non immaginavo neppure lontanamente la fregatura micidiale che ci stava cadendo sulla testa. Non appena entrammo nell’atrio per chiedere una stanza,il receptionist arabo ci dice : "Un attimo,vado a chiedere al direttore!" Già la cosa mi puzzava…Io già che mi vedevo con la chiave della stanza in mano e invece…Mentre attendevamo "il verdetto" si avvicina al banco della reception una ragazza carina italiana (che ci guarda come si guarderebbero dei profughi) e subito si capisce,dai "rumori di comunità" che provengono dalle sale,che si tratta di una comitiva religiosa ben organizzata che non va certamente girando alle undici di sera tra le strade di Betlemme come noi in cerca di un posto per dormire. Loro stanno al calduccio di Casanova a dire il Rosario con il prete che sicuramente li ha accompagnati…Guardo la ragazza e penso: "Viziata !!!"
Ma noi siamo "free lander" e non temiamo la Betlemme "by night". Infatti riceviamo un "NO" secco dal direttore "francescano" (nazista) che per una serie di stupidi motivi non può accettare il nostro arrivo a quest’ora (ci sono alberghi che ti fanno entrare pure alle due di notte) e quindi buona notte e cavatevela da soli…Alla faccia dello spirito religioso del francescano in terra santa !!!!!!! Grazie mille: scuotiamo la polvere dai sandali e andiamo via.
Proviamo in due case di religiosi: le suore francescane di Maria o White Sisters e i monaci abissini. Le prime al citofono ci dicono che hanno i lavori in casa…Alle undici di sera? Mah…! I secondi,invece, pure ci dicono di no, ma avremmo comunque detto noi "no" perché a vederli,appena hanno aperto la porta, sembravano più dei fantasmi neri che dei monaci e con quei tizi in circolazione non avrei dormito bene. I religiosi che operano in queste zone un po’ "calde" sono prevenuti nei confronti di chi bussa ad una certa ora, ed è anche comprensibile.Ma spesso i religiosi che più di tutti dovrebbero conoscere il significato della parola "accoglienza", diventano dei diffidenti farisei che vivono di sola regola monastica. La gente del posto che dai locali ci danno le informazioni da chi bussare, sembrano divertiti dai nostri scarsi risultati nella ricerca…Ma almeno sono gentili e ci danno un aiuto. Ad un certo punto mi sono sentito come Giuseppe e Maria quando andavano alla ricerca di un posto per riposare e perché Maria doveva partorire…Dico io: "…sono passati duemila anni e la situazione delle stanze in questo paese non è cambiata…!" Scherziamoci sopra.
"…Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia,
perché non c’era posto per loro nell’albergo."
Luca 2,6
Poiché non vedo grotte con mangiatoie nelle vicinanze o qualche bue o asinello da pedinare, mi rassegno e mi preparo a trascorrere la notte nella piazza di Betlemme sotto i portici di Casanova. Non sarebbe la prima volta che dormo per terra in mezzo alla strada,ma questo paese ha un non so che di Intifada e non vorrei ritrovarmi nel bel mezzo di una sassaiola domani mattina appena mi sveglio…Invece del caffè, una bella pietra in fronte !!!
Ma per fortuna ecco che arriva ,come quando nei film sembra che non ci sia più nulla da fare, il portinaio di Casanova ,che prima ci aveva dovuto dire no per la stanza. Commosso dalla nostra situazione disperata e poiché è un acerrimo nemico del francescano-nazista presso cui lavora, ha voluto rendersi utile e ci ha portati con la sua macchina allo "Star Hotel" gestito da arabi al centro di Betlemme. Ed è proprio in una camera dello Star Hotel che ora scrivo,finalmente, dopo questo approccio catastrofico ma divertente con Betlemme e dopo aver assaggiato la "non accoglienza" da parte dei nostri cari "cristiani"…
Buona notte.
Il muezzin di Betlemme è già a lavoro…!
La camera 305 dello Star Hotel è bellissima. Forse il mio entusiasmo è eccessivo, ma dopo aver dormito su navi e letti di fortuna, questa stanza (al di là della sobria e comodissima stanza a Casanova) mi appare come una reggia. Ci sono molti piani in questo albergo e ad una prima occhiata sembrerebbe "disabitato": non ho visto altri turisti nell’atrio o sui piani come dovrebbe essere in un albergo. Forse sono tutti turisti che si svegliano con il gallo oppure non è un albergo gettonato ! Andiamo nella sala da pranzo che offre, grazie ad un’ampia vetrata, uno spettacolare panorama di Betlemme. E’ bello fare colazione guardando dall’alto ciò che ti aspetta. Facciamo colazione e nella sala siamo in tre ! In un tavolo non molto lontano c’è (quando dici il destino) un italiano: un tecnico di Torino in viaggio di affari abituato a fare colazione con la valigetta del lavoro affianco al tavolo. Il sole attraverso la vetrata ci riscalda e ci stuzzica ad abbandonare la colazione per scendere,finalmente,tra le strade di Betlemme. Dopo aver trascorso delle serate per così dire "mondane" tra i pub di Jaffa Road e della Gerusalemme "pagana", è un po’ difficile, ma sicuramente educativo, vedere la situazione di Betlemme. Sottolineo "vedere" perché è diverso dal "sentito dire" come spesso succede a chi,come me, sta in Europa o altrove.
La piazza centrale di Betlemme è caratterizzata dalla presenza di un ampio portico dove ci sono numerosi negozi per turisti; su un lato c’è una moschea con un bel minareto che domina sulla piazza e su un altro lato ancora c’è una stazione della Polizia israeliana tutta circondata da reti e con una torretta d’avvistamento per le guardie. I mezzi blindati sono parcheggiati nel cortile ricavato dal recinto di rete e in attesa di momenti "caldi "… A due metri da dove mi trovo c’è la Basilica della Natività .Per entrare bisogna impegnarsi nella cosiddetta "Porta dell’Umiltà": così definita perché è talmente bassa (1 metro e 20) che i visitatori devono per forza piegarsi per accedere alla Basilica dando così veramente la sensazione di entrare in una grotta. Non è una porta ideata per fare un dispetto ai turisti ,ma la sua forma originaria era ( come si nota dai segni dell’arco della porta precedente) normale: fu ristretta dalle comunità cristiane durante i vari secoli di invasione da parte di turchi e persiani per impedire che questi "infedeli" entrassero a cavallo nella basilica nel corso delle loro scorribande. Al di sotto della basilica è situata la Grotta della Natività ed è un luogo ristretto in cui si distinguono due punti chiave : l’altare della nascita, caratterizzato dalla presenza di una stella argentata incastonata nel marmo sottostante l’altare che indica il luogo del parto, e l’altare della greppia cioè della mangiatoia dove fu deposto il Signore dopo la sua nascita e sottoposto alle attenzioni di due umili animali ,il bue e l’asinello, molto noti ai nostri presepi… Sull’altare della greppia un gruppo di turisti, accompagnati da un prete, sta celebrando una messa in lingua francese, mentre sulla stella argentata dell’altare della natività molti fedeli si inchinano a baciare il luogo dove nacque il Cristo. Fa molto caldo : i drappi che tappezzano la grotta hanno creato uno strato isolante che fa accumulare il calore. Ma prima di uscire la mia curiosità "tommasea" deve essere soddisfatta: alzo uno di quei drappi sul muro per vedere se stiamo veramente in una grotta e la roccia viva che tocco con mano mi rassicura…Uscendo dalla basilica, passiamo anche dinnanzi alla Chiesa di Santa Caterina dove viene celebrata la Messa di Natale trasmessa in tutto il mondo via satellite. Non molto lontano troviamo un’altra grotta, chiamata Grotta del Latte, molto più piccola e umida e che custodisce un quadro della Madonna mentre è impegnata a dare il latte dal seno a Gesù Bambino…E’ la prima volta che vedo in vita mia un quadro con la Madonna che allatta Gesù e con un seno perfettamente raffigurato. Da noi le Madonne sono sempre sobrie e composte. Giriamo un po’ per le strade assolate e ci appare una visione d’insieme di questa Betlemme semplice e arroccata su una dolce collina della Giudea. Dopo aver visitato e fotografato i luoghi santi della cristianità, ci siamo lanciati nell’esplorazione di posti che mai nessun soldato israeliano o tour operator vorrebbe esplorare. Ci sono vie (o cose che sono simili a vie) in cui si sente la povertà,l’abbandono,il degrado,l’indifferenza dello stato,la libertà autogestita del popolo arabo…Ci sono vicoli il cui odore è insopportabile perché deriva da un misto di feci e marciume vario…Nella zona del mercato non si riesce a distinguere dove sia il fondo di quella che dovrebbe essere una strada perché completamente ricoperta di terriccio,feci di galline portate a vendere,piume e penne di vari volatili…Il tutto mischiato a formare una melma miasmatica che stimola il vomito anche in chi come me è abituato a sezionare ascessi purulenti e animali in via di putrefazione…In moltissimi angoli delle strade cumuli di rottami arrugginiti di quelli che sarebbero potuti essere macchine o motori, dominano il paesaggio indisturbati chissà da quanto tempo. La gente del posto ,abituata a tutto questo, ti ferma solo per venderti cartoline, per cambiare in nero, per proporti un affare con il proprio taxi sgangherato…Se non ti fermano,si accontentano di dirti "hello" con la speranza di attaccare discorso e di riuscire a guadagnare qualche schekel accompagnandoti in qualche posto. I bambini ,dalle scale e dai muri, un po’ timidamente e un po’ con la voglia di entrare in contatto con qualcosa di nuovo, ti gridano un "what’s your name?"…
E mentre il tramonto di Betlemme si trasforma in una dolce coperta di color arancio posandosi lievemente sui margini delle montagne vicine e mentre i miei panni lavati ondeggiano sulla finestra ampia dell’albergo (grazie alla provvidenziale "cordicella" per i panni che fa parte del mio bagaglio di buon italiano), con la musica degli U2 nelle orecchie sto scrivendo queste memorie.
Gli sguardi degli arabi che incontro per strada sono sguardi che penetrano ogni cosa…Sono sguardi curiosi che fissano la mia macchina fotografica (forse perché non è un granchè e allora pensano "poveraccio": in realtà la mia macchina sembra uscita da un bustino di detersivo,anche se devo ad essa le sole foto che testimoniano questo viaggio), fissano le mie scarpe, la mia maglietta, i miei occhiali da sole…Sono una mosca bianca tra i vicoli di un mondo difficile?
Tutto ciò che dalla Piazza della Mangiatoia (dove sta la Basilica della Natività) si muove oltre i luoghi sacri dove gli arabi sono abituati a vedere gli europei, viene visto come un oggetto strano che invade luoghi appartenenti ad una dimensione prettamente araba.
La polizia israeliana ha la sua caserma vicino alla Basilica della Natività ed è completamente circondata (come ho scritto già ) da una gabbia di ferro…Quella caserma è come un pezzo di Israele che si trova per sbaglio nel mondo arabo! Gli israeliani pensano che questo sia territorio occupato solo perché i soldati armati fino ai denti camminano tra le strade con il rischio di essere colpiti da bottiglie o pietre…Stamane nel mercato c’è stata una "mini intifada" tra alcuni ragazzini che lanciavano pietre e i soldati israeliani che pattugliavano nel mercato. Secondo il taxista che sosta vicino alla moschea , queste sono cose che succedono tutti i giorni e lo dice con la faccia rassegnata di chi ci vive dentro…
Qui a Betlemme (molto più che a Nazareth) si sente che la presenza israeliana è come un punto nero disegnato sul foglio bianco del popolo arabo. I giovani arabi e i bambini si avvicinano con spontaneità; qualcuno per chiedere soldi , altri la penna , altri per conoscere, per sapere, per toccare "qualcosa" di nuovo. Ieri sera quando siamo arrivati ci siamo sentiti come gli "americani" quando entravano nelle città liberate del dopoguerra…In meno di due secondi, se ti fermi per chiedere informazioni, si forma un primo strato di "scugnizzi arabi" e poi se non cambi aria lo strato diventa folla…Giudicare gli arabi è difficile perché vivono in condizioni poco felici e molti si sono affidati all’Intifada per scagliare la loro rabbia contro uno stato imposto dalla storia che non assicura né lavoro , né possibilità di movimento… Giudicare gli ebrei è difficile perché anche loro, alla ricerca di una identità nazionale, si sono trovati dinnanzi all’infelice compito di integrazione con un popolo diverso dal loro. E’ come far fare un viaggio di migliaia di km in una macchina a due persone che non si vogliono parlare e che addirittura si odiano per rancori lenti a spegnersi o per torti subiti in passato…Bisogna unire le forze positive arabe e israeliane in un discorso non passionale ma pratico: cioè trovare un modo, al di là dell’orgoglio, per stare bene insieme nella stessa terra.
"Non tutti vogliono la pace…!" mi diceva oggi il taxista al centro. Certo, ma non tutti vogliono la guerra.
Oggi ho anche visitato un orfanotrofio qui a Betlemme e la suorina di origini francesi che mi ha aperto il portone è stata orgogliosissima di mostrarmi i suoi bambini. Quanti bambini vengono abbandonati…C’erano quelli già grandicelli che saltellavano come grilli nell’asilo inseguendo i loro giochi e ancora ignari della loro condizione. In un’altra sala c’erano invece i "nuovi acquisti", i piccolissimi, i neonati…Nelle loro cullette e tutti infagottati nelle loro tutine qualcuno stava tranquillo e dormiva, qualcun altro piangeva…Una cosa che mi ha colpito nel visitare questo orfanotrofio,oltre i bambini naturalmente, è stata la presenza massiccia nei corridoi di dipinti raffiguranti "Il piccolo principe" di Antoine De Saint Exupery…Un libro a me molto caro !
Lascio alla suora una piccola offerta e lei mi offre una bibita per le mie escursioni accaldate. Un orfanotrofio nel luogo più eccellente dedicato alla natività è proprio uno schiaffo morale per tutti noi…Ho visitato tanti piccoli Gesù nati soli in un mondo già difficile.
E’ scesa la notte sul luogo natìo di un certo Gesù, figlio di Giuseppe e Maria…E’ scesa la notte qui dove duemila anni fa è nata una storia diversa, una storia che diede fastidio a molti perché presupponeva sacrificio e verità.
Anche la presenza dei cristiani è importante qui dove è nato con Gesù il messaggio di amore e di "buona novella" che tanto bene ha compiuto nella storia e in tutto il mondo. Eppure anche qui i cristiani hanno paura…Non sono i cristiani del Vaticano: sono quelli in "prima linea"…I religiosi forti, le suore, i frati che hanno "colonizzato" questa terra di tutti e di nessuno. Ma anche loro, quando li svegli di notte per un posto letto, ti dicono di no; anche loro dicono di no come dissero no a Giuseppe e Maria che cercavano una stanza per riposare. E allora non giudichiamo neanche i religiosi impegnati qui…
Il silenzio di certi luoghi sacri stona con il rumore fisico e morale che aleggia nell’atmosfera di Betlemme…Ora è notte: i poliziotti israeliani sono ben rinchiusi nella loro caserma " a prova di arabi " mentre questi ultimi, veri padroni di Betlemme, girano tranquilli e rumoreggiano tra le vie… Da una casa vicina arriva una musica araba e il battito delle mani denuncia la presenza di una festa dopo una giornata di sopravvivenza, di mercato, di via vai e di intifada…Fra poco scenderemo per mangiare qualcosa in centro…Anzi: ha appena chiamato il nostro amico Abdu (il portinaio di Casanova che ci ha tolti dalla strada la sera prima) e ha detto che ci porta a fare un giro in macchina nella Betlemme notturna.
Questa "visita guidata" con il betlemita Abdu si prospetta interessante…Sono stato sempre un acceso assertore della teoria indigena del viaggio. Mi spiego meglio: penso che le migliori visite in un posto siano quelle in cui si è accompagnati dalle persone del posto in modo tale da avere una visione reale e genuina delle cose. Abbiamo capito tante cose sull’Intifada e sul significato del sacrificio palestinese in questa guerra di riconquista dei territori occupati…Abbiamo parlato di storia arabo-israeliana e di politica passata e presente; abbiamo parlato delle guerre e dei partiti davanti ad una pizza araba e una birra; abbiamo visto le opere italiane costruite per gli arabi e i terreni dei salesiani adibiti alla viticoltura da cui viene prodotto un vino che viene esportato in vari paesi. Abbiamo filmato le scritte di protesta durante gli anni caldissimi della "guerra delle pietre"; abbiamo visto un autobus di coloni ebrei colpito dalle pietre dei profughi palestinesi di un campo vicino; abbiamo visto questi stessi campi profughi circondati da reti altissime per impedire alle pietre arabe di colpire le macchine degli israeliani mentre vanno a lavorare o accompagnano i loro figli a scuola; abbiamo apprezzato il gusto con cui gli arabi hanno costruito la villa per Arafat quando viene in visita a Betlemme…
Ma la cosa che più mi ha colpito è stato quando Abdu ci ha portati dinnanzi al cinema di Betlemme chiuso e semidistrutto dal fuoco. Ci dice il nostro cicerone che il cinema è stato incendiato dai palestinesi per protesta. Durante gli anni duri dell’ Intifada gli arabi hanno detto <no> al divertimento e così hanno distrutto il cinema come segno di lutto per i martiri palestinesi. Abdu ci ha detto che l’Intifada sta solo riposando e che presto ricomincerà se il trattato di pace tra palestinesi ed israeliani non darà i giusti risultati per il miglioramento della qualità della vita nei territori occupati. E mi sembra più che giusto: gli israeliani con la scusa dell’Intifada hanno isolato i palestinesi in zone dove l’acqua scarseggia e dove le condizioni igienico sanitarie sono ridotte al minimo. E’ vero che ci sono molti palestinesi e israeliani che collaborano per migliorare la convivenza,ma i risultati non si vedono ovunque. Eppure se pensiamo che Israele è grande pressappoco come la Calabria e la Basilicata messe assieme, non dovrebbe essere difficile trovare un accordo per gestire un territorio così piccolo. C’è spazio e terra per tutti: se si lasciassero da parte gli orgogli , con un po’ di organizzazione si potrebbe costruire qualcosa di bello…!
Oggi ho avuto conferma delle ragioni dell’Intifada e se Betlemme è sporca, è anche perché non ci sono soldi per pagare il servizio della nettezza urbana…Ma allora è solo un territorio occupato e niente più. Non c’è nessuna presenza positiva dello stato: solo potenza,armi,fuoco,blindati,pietre e cani da guardia…Abdu dice che loro stanno in guerra (una guerra silente che si "gioca" nel tempo senza che i due schieramenti si perdano di vista). Su ogni colonna , su ogni lampione c’è la foto di un martire palestinese: uno studente universitario,un padre di famiglia, un bambino colpito dalle pallottole israeliane…Gli israeliani dicono che i palestinesi mettono i bambini in prima fila durante le battaglie con le pietre così se un bambino viene colpito dai soldati israeliani,tutto il mondo condanna Israele per il suo modo di intervenire. Non so a chi credere,ma quando due popoli si scambiano simili accuse,allora vuol dire che è finita e che rimane sempre un odio di fondo nonostante gli accordi di pace.
Abdu dice che lui si sente "occupato"…
Ore 6:15. Tra poco,alle 7:30, Abdu ci viene a prendere per andare a Betania.
In macchina attraversiamo un luogo deserto (detto "Deserto del Fuoco") estremamente affascinante per i suoi colori e per il paesaggio "lunare" che offre…E’ un deserto non sahariano e cioè sabbioso, ma roccioso e apparentemente non si vedono forme di vita dalla macchina. Tutto secco e piatto. Ci troviamo a metà strada tra Gerusalemme e Betania (distano solo due miglia o come si dice nel vangelo di Giovanni : "era ammalato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e Marta sorella di lei…Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadii"). Il colore giallognolo del deserto che ci circonda è tagliato solo dal nero possente dell’asfalto della nostra strada…Di tanto in tanto ai margini della strada notiamo qualche accampamento beduino caratterizzato dalle inconfondibili "tende da nomade" e gli inseparabili animali con cui vivono e da cui ricavano il loro sostentamento: si tratta di capre, pecore (gli unici animali in grado di produrre latte utilizzando le scarse risorse vegetali di questi luoghi) e una razza asinina molto particolare che solo qui potevo vedere: si tratta dell’asino selvatico di Nubia (equus asinus africanus) progenitore dell’asino domestico e caratterizzato dalla presenza di una striscia nera sul dorso che scende sulla spalla…Fino ad oggi lo avevo visto solo sul mio libro di zootecnia all’università…! Ogni tanto vediamo anche qualche gregge di pecore che pascola tra le distese brulle e se non fosse per i cani pastori neri che seguono il gregge, sarebbe difficile distinguere dalla macchina in movimento le pecore dalle rocce: il colore è quasi uguale e a volte si pongono in fila come se fossero delle pietre di un grande muretto a secco.
Arriviamo a Betania dove ci attende la Tomba di Lazzaro e ci impegnamo nell’entrata marmorea e scendiamo lungo i 24 gradini fino al sepolcro vero e proprio. Mi pongo anche io nel sepolcro e chiedo che mi venga scattata una foto mentre simulo una mia personale resurrezione…Sono sempre il solito dissacrante.
"E Gesù gridò a gran voce: ‘Lazzaro vieni fuori!’. Il morto uscì,con i piedi e le mani avvolti in bende e il volto coperto da un sudario."
Giovanni 11,43
Vicino alla chiesa dedicata all’evento miracoloso Abdu ci fa conoscere una signora di Torino che fa la guida turistica da anni in Terra Santa e che ci erudisce sulle proprietà guaritrici delle foglie di "Aloe vera" poiché vi è una enorme pianta vicino a noi e mi incuriosiva la forma a me poco nota. La gentile signora ci detta anche alcune ricette a base di Aloe e che avrebbero attività "antitumorale" (?). Ringraziamo la botanica guida torinese e prendiamo al volo insieme ad Abdu un passaggio su un autobus privato di turisti baresi diretti a Betfagie. Qui siamo stati guidati da un simpatico francescano nella cappella dove c’è una roccia da cui ,secondo la tradizione, Gesù avrebbe ordinato ai suoi discepoli di andare a prendere un asinello per ritornare a Gerusalemme (nel famoso giorno delle palme). Tutto questo prima di essere richiamato a Betania per la morte di Lazzaro e dove compì il miracolo a cui accennavamo…Voi non ci crederete, ma appena usciti dalla cappella e non molto lontano ho visto,legato sotto un albero, un asinello tutto solo in attesa del padrone. Chissà: può darsi che sia uno dei discendenti di quell’asinello che portò il Signore tra le mura di Gerusalemme…!!!
Sempre a Betfagie c’è la Cappella dell’Ascensione che è gestita da musulmani (per i quali Cristo è uno dei più grandi profeti e quindi hanno il massimo rispetto per i luoghi sacri cristiani anche se non appartengono alla tradizione islamica). All’interno non c’è granchè dal punto di vista architettonico ma c’è una roccia sulla quale si può vedere un’impronta di piede lasciata da Gesù nel momento dell’Ascensione. Si conclude così la vita terrena di Gesù Cristo di Nazareth.
Ritorniamo a Betania e lì mangiamo pane arabo caldo appena uscito dal forno e cantiamo la canzone "Forza venite gente" sotto il sole che batte.
Siamo ritornati allo Star Hotel di Betlemme per prendere i bagagli e con l’aiuto di Abdu, raggiungiamo il "posto di blocco" tra Betlemme e Gerusalemme. All’andata non avevamo avuto nessun posto di blocco perché eravamo in taxi ma al ritorno ,poiché quella di Abdu è una macchina privata, abbiamo tutta l’attenzione dei soldati israeliani. Questi posti di blocco impediscono a molti arabi di raggiungere Gerusalemme venendo da Betlemme. Abdu non ha nascosto il suo dispiacere per questa situazione e dice : "è come se un italiano un giorno non potesse andare più da Napoli a Roma perché un francese ha occupato il territorio che c’è tra le due città…!" Comprendo Abdu ,ma con questo non dico che approvo le bombe umane della Jihad, le pietre contro i soldati israeliani o gli attentati dei vari gruppi estremisti arabi. Divento,però, moderatamente filopalestinese quando vedo e sento che gli isareliani cercano di risolvere la questione con la forza sbagliata. Ci vuole la forza della cooperazione.
Nel pomeriggio,prendendo un autobus che passa alla fermata della Porta di Jaffa a Gerusalemme (pensavo che non avrei più rivisto la Città Santa e invece eccoci di nuovo qui di passaggio), abbiamo raggiunto la città di Tel Aviv che si trova sulla costa a nord ovest rispetto a Gerusalemme.
Alla stazione degli autobus c’è molta gente che arriva e parte e anche gruppi foltissimi di soldati e soldatesse israeliani che raggiungono i loro posti di servizio o che pattugliano…Ci siamo subito organizzati chiamando gli ostelli che ci sono sull’elenco della guida. Con il nostro inglese incerto riusciamo a riconoscere quello più conveniente (il "Green House" al numero 201 di via Dizengoff : una notte 33 schekel) e raggiunto l’ostello, paghiamo anticipatamente per due notti. In questa città abbondano gli ostelli della gioventù gestiti da studenti ebrei che lavorano tutta l’estate per pagarsi gli studi. Basta avere un appartamento come quello in cui siamo noi, una cucina organizzata e tanti letti nelle stanze…Mettere il proprio numero sugli elenchi turistici e aspettare che arrivino gli squattrinati come noi che non vogliono certo spendere tanti soldi per un albergo di lusso. Occupiamo i letti a noi più congeniali e subito ridiscendiamo in strada per una prima esplorazione della città. Prima impressione ? Non mi piace: assomiglia a Milano sul mare…! C’è di tutto: spiagge,negozi,tecnologia avanzata,belle donne piene di soldi,locali per giovani vip israeliani,supermercati con l’ascensore,grattacieli,banche in ogni angolo di strada ma non sento l’anima che ho sentito a Betlemme o a Gerusalemme. Un giro sulla spiaggia, una mangiata di hamburger e patatine in un localino all’aperto e poi a dormire perché stanchissimo…
Nella stanza con noi c’è di tutto: vecchi ubriaconi in mutande, "desaparecidos", gente segnalata a "Chi l’ha visto" il mercoledì sera su Rai 3 in Italia…In cucina alcune ragazze si preparano da mangiare. Quelli di loro che stanno molti giorni a Tel Aviv fanno la spesa e la mettono in frigo: non oso comprare nulla da mettere in frigo e ne tantomeno aprire quel frigo perché potrebbero esserci delle sorpresine e poi l’igiene chissà…In un’altra stanza c’è la televisione con i divani e un tavolo dove si dovrebbe socializzare con gli altri occupanti dell’ostello. Qualcuno guarda la televisione senza pensare minimamente ai discorsi, mentre altri si scambiano informazioni turistico-archeologiche sui siti visitati…Io non partecipo alle erudite conversazioni perché il mio inglese non lo permetterebbe e poi sono impegnato a mangiare un frutto che ho appena comprato e che in Italia non avevo mai mangiato: il mango. Buonissimo anche se eccessivamente aromatico e zuccherino. In questa "landa linguistica" riesco a scambiare due parole con un ragazzo che studia in Italia e che conosce la mia lingua. Mentre parliamo del più e del meno ,all’improvviso gli viene in mente una strana idea…Vuole portarci a puttane…!!! Dice che conosce dei posti dove ci sono delle ragazze russe ebree che sono superiori alle solite prostitute sia in bellezza che in maniere…Non dubito sulla cosa e sul fascino della donna slava, ma venire fin qui per andare con delle prostitute non mi sembra una cosa "costruttiva" e poi non vorrei tornare in patria con un nuovo virus. Il tipo capisce che c’è un muro morale sulla questione e lascia stare…Meglio così.
Buona notte.
Stamane alle 9 in punto la biondina della ricezione ha cercato di svegliarmi con un dolcissimo "sorry…!" All’inizio sentivo solo questa voce soave che proveniva forse da un sogno, ma poi aprendo gli occhi ho visto la biondina in questione china sul mio viso che cercava di farmi capire che loro alle 9 in punto devono fare la pulizia delle stanze…Pazienza.
Dalle 10 alle 15 non ci deve essere nessuno in casa perché si fanno le pulizie: è la regola dell’ostello. Dopo una colazione in un bar del centro a base di espresso e homelette alla nutella (giusto per tenere il fegato allenato) mi sono diretto verso i miei obiettivi turistici. Ho visitato il Dizingoff Center che è uno dei centri commerciali più grandi in Israele che soddisfa tutte le esigenze dell’acquirente. Sulla stessa strada dell’ostello, anche se molto più lontano, c’è una piazza (Zina Dizengoff Square) in cui è possibile ammirare una delle fontane più belle e curiose del mondo. Il suo nome, "The fire & water sculpture" (cioè la scultura di acqua e fuoco) , è già tutto un programma. Appena giunto in piazza la fontana era normalissima e cacciava la solita acqua come tutte le fontane del mondo; ero un po’ deluso perché pensavo di aver letto male…Mentre pensavo a tutto ciò, ecco che i zampilli d’acqua diventano altissimi come se fossero sputi di un gigante nascosto nella fontana e seguono una ritmica pazzesca come se un direttore virtuale ne determinasse i tempi…E al centro della fontana un getto di fuoco frammisto all’acqua sembra simulare un vulcano che esce dal mare…Ecco svelato il nome della fontana! Soddisfatto mi dirigo verso la casa di David Ben Gurion, uno dei padri dello stato d’Israele. Una casa elegantemente sobria e ricchissima di libri , il suo studio, la sua camera da letto e tutte quelle cose che si vedono quando si visitano le case di quei personaggi famosi morti…Interessanti le foto in bianco e nero appese al muro raffiguranti alcuni momenti della nascita dello stato d’Israele…I primi coloni hanno fatto immani sacrifici all’inizio per organizzare uno stato dal nulla e per dare alla nazione un esercito forte e delle leggi pratiche che servissero a tutti gli abitanti che c’erano e che sarebbero venuti da ogni parte del mondo…Ritornare finalmente dopo secoli in "casa propria" nonostante la Diaspora e nonostante Hitler…Bisogna ammettere che gli israeliani sono forti e che credono nel loro diritto a possedere questa terra. Tel Aviv è una delle città più martoriate dagli attentati palestinesi e poi non dimentichiamo che si trova a nord della famigerata Striscia di Gaza, che è la culla dei martiri della Jihad islamica…Io avrei voluto visitare la Striscia di Gaza, ma i miei anfitrioni Eilon e Yusuf mi hanno vivamente sconsigliato di intraprendere qualsiasi tipo di escursione in quella zona…Seguo i loro consigli. Mi concedo un bagno sulla spiaggia di Tel Aviv e dietro di me, mentre sto in acqua, mi viene offerto come sfondo lo scenario dei grattacieli del lungo mare telaviviano…
Ritorno all’ostello e vedo che la televisione è accesa; ne approfitto per togliermi una curiosità: con l’antenna parabolica si può prendere la "cara", familiare, rincuorante "Canale 5" di Berlusconi…Sono quasi commosso: è l’unico contatto con la patria che ho da giorni…!
Stasera una birretta dove capita , ma non certamente al costosissimo Hard Rock Cafè la cui insegna consiste in una enorme chitarra elettrica che la sera si illumina…Nei pressi di questi grossi centri di svago non mancano all’esterno gruppi di suonatori di strada russi con violini,trombe e sassofoni…Si guadagnano così da vivere e forse in Russia erano maestri di musica che si morivano di fame (come spesso succede nella ex Unione Sovietica, dove professionisti e artisti guadagnano come un facchino) ma pur di riunirsi con gli altri russi ebrei e per sperare in un futuro migliore, hanno scelto la precarietà qui a Tel Aviv.
Sul lungo mare non mancano gruppi danzanti di ebrei che si riuniscono in cerchio come è nella loro tradizione e seguono passi per me oscuri…Non lontano un caricaturista si guadagna da vivere disegnando caricature ai turisti che vogliono ridere di sé…Io mi sottopongo alla cosa ed il risultato è esilarante: una mia caricatura da appendere in camera non appena torno in Italia…
Tel Aviv non mi ha molto entusiasmato forse perché è una città che non da gli stessi stimoli storici come Gerusalemme o forse perché incomincio ad essere stanco del viaggio da un punto di vista fisico per i suoi ritmi abbastanza serrati…Muoversi tra una città e l’altra con tre zaini addosso non è una cosa che lascia indifferente il corpo dopo un anno di studio in cui sono stato fermo sulla sedia a sfogliare libri. E poi non è solo il fatto di andare da una città all’altra che stanca ma è anche tutto il cammino che si fa per visitarle. Eppure di Tel Aviv ho visto solo qualche strada principale e la spiaggia ma guardando la cartina mi accorgo subito che la città è molto più grande di ciò che ho visto. Ma non vale certamente la pena di stare qui troppo: per Gerusalemme era un discorso a parte; lì c’era bisogno di tempo. Tel Aviv è una città economica,commercialmente matura; è il cuore economico di Israele…Andrebbe bene se uno volesse fare delle vacanze a mare in un luogo pieno di comodità…Domani parto per Beer-Sheva verso sud.
Stamane ho lasciato la città di Tel Aviv utilizzando il mezzo più importante della nazione israeliana: l’autobus. C’è una linea ben organizzata di autobus che costituisce il 90% del trasporto interno…Non ho visto treni…Gli aerei sono usati internamente ma di più,naturalmente, per i movimenti internazionali.
La direzione del mio andare è Beer-Sheva perché da lì,poi, punterò verso un altro dei grandi obiettivi di questo viaggio: il Deserto del Negev.
Beer-Sheva non è nient’altro che un centro abitato,quasi una cittadina, posizionato ai margini nord del Negev,quindi già deserto…E’ un posto nato dalla volontà degli israeliani di portare la modernità anche nel deserto: infatti c’è una famosa "università del deserto di Ben Gurion", negozi, punti di informazione per i turisti…Ma tutt’intorno è decisamente deserto. C’è anche un "museo beduino" e un "mercato beduino"…Qui la cultura beduina viene valorizzata e conservata perché i beduini c’erano prima della creazione dello stato di Israele e ne sanno certamente molto di più loro del deserto che non tutti gli agronomi israeliani messi assieme !!! L’ufficio turistico è chiuso e improvvisamente mi ricordo una cosa che mi fa rabbrividire…Oggi comincia il Sabbath e poiché tutto si blocca,mezzi compresi, resterò bloccato in questo posto se non prendo subito un autobus verso un punto sicuro…Volevo visitare l’Università Ben Gurion per vedere com’è organizzata e cosa studiano,ma con tutti questi bagagli addosso e con il deposito bagagli chiuso non posso andare in giro sotto il sole con tre zaini come un cammello…Beer-Sheva mi sta incominciando a diventare antipatica…Sto incominciando ad entrare in una fase di intolleranza verso tutto ciò che è israeliano…Non è razzismo: è la stanchezza del viaggio che comincia a farsi sentire. Devo un momento prendere fiato e riscoprire il valore del mio essere qui. Mi passano davanti decine di belle ragazze e non ne conosco neanche una. Vado girando in questa città che non mi dice niente e non so rispondere a certe domande come "perché?", "cosa voglio vedere?", "cosa voglio fare?", "qual è la mèta?"…Devo rispondere a tutto ciò e poi potrò continuare il mio viaggio con lo stesso spirito di ricerca con cui l’ho intrapreso. Ora mi informo su come raggiungere Revivim e poi mi faccio un giro per Beer-Sheva giusto per avvalorare la mia tesi che non mi piace come posto. Anche gli stessi ebrei dicono che qui non c’è niente: infatti anche la gente che vive qui sembra "scottata" dal sole del deserto e se chiedi un’informazione ti guardano con delle facce come se stessero guardando un miraggio…!
Ed eccomi qua: caduto per sbaglio ,o quasi, come una mela matura (o acerba a seconda dei punti di vista) nell’incantevole scenario del kibbutz di Revivim. Quando l’ultimo autobus 045 mi ha lasciato alla fermata del kibbutz (ultimo perché ho avuto la grande idea di muovermi nel giorno del Sabbath,quando ogni mezzo pubblico viene bloccato) e ho visto (come già avevo immaginato sull’autobus mentre ci avvicinavamo) che intorno a Revivim non c’è nient’altro che deserto pietro-sabbioso, allora ho avuto un attimo di smarrimento. "Sono bloccato", "mi trovo in mezzo ad altre persone sconosciute che sanno l’inglese meglio di me","mi sento come un invasore venuto dal nulla"…Questi ed altri stupidi pensieri allarmistici vi avevano catturato mentre guardavo l’autobus 045 che diventava sempre più piccolo nell’orizzonte del deserto…Dinnanzi a me c’era,però,un paradiso…Valeva la pena chiedere se ci fosse un posto anche per me ! Incontro un "kibbutziano" (così ho deciso di chiamare gli abitanti di questo luogo) che guida un camioncino da lavoro e gli chiedo informazioni per sondare il terreno dell’ospitalità…Salgo sul mezzo per farmi accompagnare al centro del kibbutz e "dialoghiamo" su chi sono io e perché sono capitato lì…L’uomo mi fa capire che gli ospiti stranieri ebrei o non che dimorano a Revivim per un periodo estivo,sono invitati da conoscenti all’interno del kibbutz e comunque bisogna essere in contatto con il mondo israeliano in un certo qual modo. Io gli faccio capire che sono "capitato" a Revivim per una visita veloce e che non conosco nessuno del kibbutz…Il buon uomo mi tranquillizza e mi fa capire che non mi butteranno fuori per questo. Per fortuna: ho una notte assicurata…! Scendo dal camioncino e mi ritrovo nel cuore del kibbutz, al centro di un’oasi creata dall’uomo e dalla sua caparbietà nel trasformare il deserto in giardino. A proposito: non vi ho detto che cos’è un kibbutz…La parola kibbutz in ebraico significa "insediamento collettivo" e ci sono due modi per spiegarlo: uno romantico-politico ("il kibbutz è il sogno di una società egualitaria divenuto realtà") e l’altro prettamente tecnico-sociologico ("Cooperativa, villaggio o comunità in cui tutti i beni e le proprietà sono gestiti in comune e il lavoro (agricolo, artigianale o industriale) è organizzato su basi collettive.") Nell’ex Unione Sovietica prendevano il nome di kolchoz ma i kibbutz israeliani hanno avuto una funzione più importante perché sono stati il punto di riferimento principale per i primi coloni ebrei…Per non parlare dell’importanza sul bilancio economico nazionale. Revivim è stato uno dei primi ad essere "strappato" al deserto e in un kibbutz come questo c’è di tutto…I luoghi del lavoro e della produzione, i luoghi per lo svago e i momenti di comunità…Ci sono le stalle con le vacche da latte e le discoteche per divertirsi la sera; casette per le famiglie dei coloni e mense grandiose dove si forniscono pasti a tutti grazie ai prodotti dello stesso kibbutz. E’ un sistema autoproduttivo perfetto e chi fa parte di un kibbutz non deve preoccuparsi della provenienza dell’insalata o della genuinità del latte,perché sono cose che ha fatto con le proprie mani…Ci sono scuole,laghetti artificiali con le canoe,giardini con piante grasse,piste ciclabili…Ripeto: tutto questo nel deserto !
Insomma mi sono assicurato un posto per dormire ed il benvenuto (cosa non meno importante) alla mensa della cooperativa ,dove tutti i "kibbutziani" e i volontari gustano soddisfatti il frutto del loro lavoro. Mi hanno "affidato" ad un ragazzo ebreo degli USA che mi fa da "cicerone" e ,forse, anche da "spia" (dal momento che io sono un perfetto sconosciuto e potrei essere chiunque: anche uno spione filopalestinese). Entro nella baracca dove alloggiano altri volontari per posare i miei bagagli e noto che c’è mezzo mondo: ebrei da ogni parte della terra, olandesi, cinesi, statunitensi, norvegesi…E come in ogni barzelletta che si rispetti io faccio il "napoletano"…Mi fanno vedere la doccia che posso utilizzare liberamente e poi tutti a mensa. Appena arrivato mi ero diretto nella mensa perché avevo sentito il suono di un pianoforte e avevo chiesto lì se potevo rimanere per una notte…Ora la mensa si è trasformata in una piazza dove tanta gente parla della loro giornata tra i campi e sui trattori e anche io insieme a loro sono in fila con il mio vassoio per cenare…C’è di tutto! Verdure di ogni tipo, purè, carne e strane bibite colorate che vengono distribuite a iosa da un rubinetto automatico…Che pacchia ragazzi…Se in Italia ci fossero i kibbutz, io sarei uno dei padri fondatori…Sì, è vero,bisogna rispettare le regole comunitarie e se uno non lavora neanche le altre persone mangiano,ma è bello sentire il calore di una comunità e sentirsi utili per centinaia di persone che dipendono anche dal tuo lavoro. Per non parlare del posto naturalisticamente accattivante e che si discosta dai frenetici luoghi di lavoro metropolitani tra smog e macchine che ti investono. Un giro a piedi tra le viuzze e le casette che formano la zona residenziale del kibbutz mi conferma ancora di più quale sia la qualità della vita per giovani e anziani…I bambini secondo me non leggono favole perché la vivono: stanno nelle vasche a sguazzare dalla mattina alla sera e i divertimenti si sprecano. I loro padri non devono affrontare lunghi viaggi dal luogo di lavoro e quindi non tornano nervosi ma tutt’al più tornano con un bel cesto di verdure appena raccolte…E le mamme oltre a lavorare si occupano anche dei bambini di chi è malato o c’ha altro da fare: così funzionava una volta nelle società matriarcali quando spesso una donna doveva occuparsi di più bambini anche non suoi…Nelle città i bambini stanno chiusi nei loro appartamenti e vedono gli altri bambini in televisione…Ma non possiamo essere tutti kibbutziani…!
Tra un giro e l’altro mi fermo e faccio un sonnellino su una panchina di pietra sotto gli alberi,la luna e le stelle con l’aria fresca e la stanchezza di una giornata che appesantisce gli occhi.
Poiché nella baracca fa caldo e i ragazzi vanno in discoteca a fare baldoria,io ne approfitto per prelevare il mio sacco a pelo dai bagagli e mi metto a dormire sul prato vicino alla baracca…Una cosa fantastica: crollo in un sonno estatico e mi sveglio il giorno dopo quando il sole di prima mattina comincia a riscaldare il sacco a pelo…Apro gli occhi e mi ritrovo a Revivim: in questo posto meraviglioso dove sono soddisfatte tutte le esigenze dell’uomo e della donna che vogliono vivere una vita naturale in un sistema organizzato. Io mi trovo qui a mangiare e a dormire senza che nessuno mi chieda chi sono,cosa faccio,dove andrò…Lo sanno solo quei pochi ragazzi con cui ho socializzato e che hanno avuto la gentilezza di spostare i miei bagagli fuori dalla baracca per farmi capire che il Sabbath è finito e sono libero di togliere il disturbo…Mi ha colpito la risposta di una donna a cui avevo chiesto se potevo lasciare un’offerta per l’ospitalità e lei mi fa : "qui non si compra niente con i soldi; questa è una casa…!" Io già avevo capito il sistema ma ho voluto fare lo stesso quella domanda banale sui soldi perché sono abituato da una società consumistica a dover sempre prima mettere il portafogli davanti e poi tutto il resto…Volevo ripagare l’ospitalità lavorando nel kibbutz ma l’ebreo americano mi ha fatto una grossa risata in faccia perché lui non fa niente dalla mattina alla sera eppure mangia,beve e si diverte tranquillamente. Io invece dormo una notte e mangio una cena ,una colazione e un pranzo e già mi vengono i sensi di colpa sul voler ripagare…Sono proprio un occidentale, consumista ,stretto di mente.
Va bene: volevo fare l’esperienza del kibbutz , volevo capire…Ci sono dentro…! Allora se sono solo di passaggio, se sono un parassita momentaneo facciamolo fino in fondo e non se ne parla più. Tanto nessuno nota la mia presenza e nessuno si accorgerà della mia assenza: sono un parassita quasi invisibile. Che bello…!
Comunque questa esperienza del kibbutz mi ha fatto capire che non mi dispiacerebbe ritornare in Israele per lavorare come volontario effettivo e ,caso mai, sperimentare dal vivo gli insegnamenti universitari nel campo zootecnico di questo o di altri kibbutzim. Sarebbe bello perché al contempo farei anche una piacevole vacanza…Potrei fare mille cose che in città è impossibile fare : potrei allevare animali e capire più di quello che i libri mi offrono,fotografare ed esplorare la natura e il deserto circostante, imparare meglio l’inglese e rendermi utile avendo come tornaconto un piatto e un tetto per dormire. Le belle ragazze non mancano e sembra di stare in paradiso con tutte le varietà di fiori e di piante che gli israeliani sono riusciti a portare fin dentro il deserto. Il silenzio di questa oasi è interrotto solo dal ronzio delle mosche che volano numerose e dal vento caldo del deserto che si infrange tra gli alberi…
Appena sveglio mi sgranchisco il corpo con una doccia fredda nella baracca dei volontari che dormono ancora dopo una notte di birra e discoteca, godo della colazione della mensa e poi mi proietto verso la zona degli allevamenti che ieri sera non ho avuto modo di vedere. C’è un bel numero di vacche frisone che mangiano e alcuni coloni che sbrigano le loro mansioni…Uno sguardo oltre le stalle mi proietta verso gli sconfinati campi deserti che circondano a perdita d’occhio il paradiso di Revivim.
Mi piacerebbe vivere in un kibbutz come questo,ma ci sarebbe bisogno di scelte drastiche e di collegamenti professionali per valorizzare una scelta simile…Cioè mi piacerebbe venire qui come veterinario e non solo come vacanziere. Non posso dire niente perché la vita è imprevedibile e spesso le scelte non possono essere basate solo su un ideale che può svanire per tanti motivi…Basta fantasticare!
(Mentre sto scrivendo sul muretto di un giardino, c’è un piccolo camaleonte che sgambetta su e giù tra la sabbia: è capace di rimanere a mezz’aria con due zampe alla volta, anteriore e posteriore, dei lati opposti e con i suoi occhi "snodabili" mi osserva a 360° per capire ,immobile,se sono un potenziale nemico per lui oppure no. Che simpatico !)
Un amico,una volta, mi definì "un’anima irrequieta ed errabonda": e l’esperienza qui al kibbutz lo conferma perché nonostante l’insicurezza iniziale,sono capace di confrontarmi con sistemi di vita che non appartengono al mio retaggio culturale. Sono sicuro che qualche altro giorno e sarei diventato un buon volontario kibbutziano con i miei ritmi lavorativi e il mio inglese perfezionato. Ma non ho impostato l’esperienza fin dall’inizio…Ripeto: sono qui quasi per caso.
Pensavo ad un kibbutz in Italia e a come creare un sistema simile a questo in base alle condizioni socio-economiche italiane…Ci sarebbero comunque differenze sostanziali dovute alle diverse situazioni storiche che hanno spinto gli israeliani a creare questo sistema…Noi in Italia siamo egoisti e pensiamo solo a come sfruttare i sindacati per i nostri diritti…Un kibbutz durerebbe pochissimo…Già le cooperative sono un lusso che si osserva solo al Nord; nel Sud ognuno gestisce "la propria vacca" e guai se qualcuno dicesse di voler creare un consorzio o cose simili. Certo le cose stanno cambiando anche in Italia Meridionale ,ma qui sembrano avere una marcia in più sul discorso della cooperazione. Ripeto: le condizioni storiche influiscono molto sulla "piega" che prende una popolazione…
Che differenza che c’è tra i bambini di Betlemme che chiedono le penne e gli schekel in mezzo alla strada ai turisti e i bambini di Revivim che hanno tutto e vivono sani, felici, crescono nel lavoro, nell’ordine e nella collaborazione…
Ho sistemato prima della partenza i miei bagagli e ho trovato l’ispirazione per radermi…Faccio un altro giro nel kibbutz più vecchio di Israele e indago sul nome. Revivim significa "rugiada". La rugiada che è una delle tante forme sotto cui si può manifestare quel prezioso liquido capace di trasformare il deserto in un giardino: l’acqua.
In tutto il mondo i miracoli degli agronomi israeliani sono ammirati ed emulati…Con una particolare tecnica di irrigazione a pioggia con acqua dolce mischiata ad acqua salmastra, hanno conquistato anno dopo anno pezzi di deserto e la frutta israeliana è gustosa e naturale…
Addio Revivim: sarà per un’altra volta.
Poiché il Sabbath finisce alle 19, partirò tardi da Revivim. Alla fermata degli autobus c’è molta gente e tra questi si notano alcuni giovani soldati alla loro prima esperienza fuori casa. Come ho già ricordato altre volte, i ragazzi fanno tre anni di servizio militare e quindi per molti di loro la leva rappresenta la prima occasione di allontanamento dalla vita del kibbutz. Molte mamme commosse e premurose affidano ai loro figli le ultime raccomandazioni…Arrivo tardi a Beer-Sheva e da lì prendo l’autobus delle 22 per Mizpè Ramon : un altro importante avamposto della mia inesorabile avanzata verso Sud nel deserto del Negev. Giunti di notte a Mizpè Ramon non apprezziamo totalmente la topografia del paesotto,ma subito si nota la squadratura tipica dei giovani centri abitati di fattura israeliana. Poche luci per la strada,ma sufficienti per raggiungere una vicina stazione di polizia. Entriamo e chiediamo al poliziotto di guardia dove possiamo trovare un posto per dormire: ci indica prontamente un comodo ed economico "Youth Hostel" a pochi passi…E’ una struttura con molte stanze,segno che il Negev attira molto il turismo giovanile. Prendiamo una stanza e data l’ora tarda andiamo subito alla ricerca del numero della stanza senza fare rumore nei corridoi. Sembra un ostello disabitato ,ma forse staranno tutti dormendo. In camera già c’è un occupante: un olandese che credeva di avere tutta la stanza per sè. Invece alla reception hanno pensato "bene" di accorpare più persone in una camera. Senza disturbare ci prepariamo per la notte e spegniamo le luci.
Oggi ,dopo una colazione con vista sul Negev, ci prepariamo ad una escursione nel sottostante cratere di Makhetsh Ramon. Alla luce del giorno Mizpè Ramon conferma le teorie della sera precedente: assomiglia,vista da lontano, alla base lunare Alfa del telefilm fantascientifico "Spazio 1999"…La solitudine irreale delle casette nello scenario semidesertico in cui sono state collocate, sembra più lo scherzo di un genio della lampada che si è divertito a spostare un paese in un luogo grottesco. E invece è tutto reale e ancora una volta tutto è dovuto alla capacità degli israeliani di portare centri abitati dove la vita stenta a manifestarsi.
Il Centro Visitatori ci offre la possibilità di erudirci su ciò che stiamo andando a vedere nel deserto e grazie a cartelloni illustrati e materiale informativo capiamo che c’è molta più vita nel deserto di quanto l’apparenza faccia sospettare…Insetti,roditori,rapaci,erbivori,serpenti e molte specie di piante resistenti al caldo…La vita è ovunque! C’è scritto anche che durante la dominazione di Roma, i soldati di Cesare che attraversavano queste zone desertiche si erano organizzati per benino e avevano scavato dei depositi di acqua sotto il deserto da cui attingere il prezioso liquido.Queste opere dell’ingegno romano sono ancora apprezzabili in alcune zone. Sti romani !!! Per i più poltroni e per quelli che si vogliono spingere più all’interno c’è anche la possibilità di affittare una jeep con autista…Noi scegliamo "le gambe" anche se faremo il percorso a "stretto raggio d’azione" per ovvi motivi di sicurezza. E’ sempre un deserto !
Ci accingiamo a scendere verso il cratere tramite stradine aride e infuocate che subito ci proiettano in scenari apocalittici…Makhetsh Ramon è uno dei più estesi crateri del pianeta Terra ed è la prova esistente di una antichissima attività vulcanica nella zona perché tutta la superficie interna del cratere in cui ci impegniamo a scendere è costellata di vecchi pozzi magmatici e produzioni laviche spettacolari. All’orizzonte si vedono i bordi opposti del cratere come se fossero altri monti ,ma in realtà appartengono alla stessa struttura. E’ l’esaltazione della grandiosità della natura…
La prima forma di vita che incontriamo è rappresentata da un gruppo di stambecchi del deserto e di camosci dolcemente adagiati sotto il sole, ma i più timidi tra loro e quelli più vicini al nostro percorso si alzano e cautamente si allontanano…I più intraprendenti sono stesi sul muretto dell’Osservatorio…Altri ancora sono al riparo sotto una roccia sporgente.
I bordi del cratere sono in preda ad una lenta erosione millenaria che crea delle insenature interne come se fossero delle ragadi profonde nella cute di un malato…Rocce scavate a forma di scalini, sembrano invitarci a scendere direttamente nel fondo del cratere…Il paesaggio inospitale ci fa capire quanto sia debole l’uomo dinnanzi alla natura e quanto deboli siano i suoi propositi migliori. Solo i più forti possono resistere in un posto simile.
"Allora Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.Il tentatore allora gli si accostò e gli disse : Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane.
Ma Egli rispose: Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l’uomo,ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio."
Matteo 4,1
Camminiamo sotto il sole dalle 12 alle 16:30 e nonostante il mio cappello a falde larghe,gli occhiali da sole e la borraccia d’acqua , sento di andare in ebollizione…La mia è una borraccia particolare: è una sacca di pelle di capra come quelle che si vedono nei film dei Tuareg…L’acqua al suo interno è diventata acqua calda in ebollizione e se avessi delle bustine di thè potrei immergerle dentro e fare "Il thè nel deserto"…Sento che il mio encefalo è come un bollito sospeso in un brodo vegetale e gli occhi sono così stretti per difendersi dai raggi del sole che quasi non vedo più. A mala pena riesco a scorgere una lepre del deserto che mimetizzandosi con il colore delle rocce, si è lanciata in fuga solo quando ha visto che mi avvicinavo al suo rifugio…Una saetta ! L’ho vista e non l’ho vista…Un vero bolide del deserto.
Nel fondo pietroso e monotono del cratere, avanziamo lenti come cammelli e ogni tanto delle montagnole di materiale lavico nerastro interrompono questo mare di pietre. Guardo solo adesso i bordi alti da cui siamo scesi e mi rendo conto di come le prospettive e le tue possibilità cambino da un’altra posizione…Il bordo del cratere si perde lunghissimo all’orizzonte come una lunga spina dorsale di un animale che dorme da millenni. Chissà come doveva essere qui quando l’attività vulcanica era nei suoi tempi migliori. Immagino un mare lavico in movimento e spruzzi audaci di gas venefici affiorare dalla lava incandescente…Meglio adesso, nonostante tutto !
Finalmente scorgo la strada della salita e comincio la lenta "emersione" dal mare caldo del deserto…Raggiunta la strada asfaltata, ci facciamo dare un passaggio da un colono fino al Centro Visitatori…Una coca gelata e torniamo quasi in vita mentre l’organismo riprende lentamente liquidi e i tessuti sembrano carta secca bagnata da spruzzi di pioggia…Una doccia e poi una birra da gustare sul bordo del cratere mentre la sera scende e appare ai miei occhi uno degli spettacoli naturalistici più belli della mia vita : la luna piena su Makhetsh Ramon. La sua luce tenue illumina il cratere e l’aria calda che ancora persiste, nonostante l’imbrunire,fa assumere a questo posto un aspetto ancor più irreale di stammattina. Senza il sole che martella e con la mia birra nella mano mentre le mie gambe sono penzoloni da una roccia sporgente, mi pare che potrei rimanere sospeso nel tempo seguendo i respiri di questa natura rallentata.
Domani vado a Elat.
Lascio il Youth Hostel di Mizpè Ramon e con l’autobus 392 mi dirigo alla volta di Elat.
Lungo la via tutto deserto e basi militari che testimoniano la vicinanza con i confini di quei paesi arabi che un tempo diedero del filo da torcere ad Israele: Egitto e Giordania. Infatti, scendendo sempre più a sud, Israele assume una forma curiosa come si può apprezzare da una cartina: diventa triangolare con la punta verso il Golfo di Aqaba. E proprio alla punta c’è Elat, ultima località dello stato d’Israele. Fiorella Mannoia in Italia ha dedicato anche una canzone ("Sorvolando Elat") a questo posto e nelle parole delle strofe si fa riferimento alle caratteristiche "montagne rosse" che si vedono poco prima di giungere ad Elat. Una volta superate le montagne rosse appare la Rimini del Mar Rosso: Elat,appunto.
Caotica,calda (più calda di tutti i posti in cui sono stato da quando sono arrivato in Israele: il che denuncia l’abbassamento di latitudine verso sud),troppo turistica e troppo al centro dell’attenzione di chi vuole fare solo vacanze per divertirsi. E’ la classica città di mare in cui non passerei mai interamente le mie vacanze estive…Un giorno e via. Comunque ho voglia di conoscerla e quindi mi dirigo alla ricerca di un posto per la notte. All’Ufficio Turistico mi forniscono di una guida commerciale (che non mi serve a niente perché non voglio spendere niente) e mi dicono ti tentare all’ ostello. Niente da fare: tutto pieno…Allora "agguanto" una stanza in un hotel di media categoria e mi libero dei bagagli che diventano ogni giorno più pesanti. E’ una stanza singola tutta per me con un comodissimo lettone e l’aria condizionata che io prontamente accendo "a manetta"…Approfitto del bagno tutto mio per fare "il bucato": lavo le magliette e tutto il resto nel lavandino e le appendo sulla mia provvidenziale cordicella già protagonista di altri bucati raminghi…
Elat : 42° C. Un vero inferno…! Ad una prima esplorazione veloce del territorio centrale, la cittadina marittima apparirebbe subito tra le mete "NO" del mio personale programma turistico in un eventuale ritorno in Israele. O meglio, Elat è uno di quei classici posti di villeggiatura che ti costringe a spendere milioni se vuoi divertirti secondo le possibilità messe a disposizione dall’organizzazione. Qui c’è di tutto: barche per fare gite e ammirare i fondali; corsi per sub; sport acquatici e addirittura un minisommergibile da affittare per l’esplorazione del mondo sommerso…Ma tutto abbastanza costoso. Io passo !Dovendo ritornare in Israele preferirei spendere per stare una settimana in un posto come Mizpè Ramon o Gerusalemme. Qui vige la legge del "DIVERTIRSI A TUTTI I COSTI " in un’atmosfera nevrotica stimolata per di più dal caldo che agita maggiormente gli animi.
Sulle spiagge ritrovo gli stessi soggetti odiosi che stanno anche sulle spiagge italiane in voga come Rimini…Sto parlando del TIPO e della TIPA DA SPIAGGIA.
LUI : muscolo abbronzato, catenina selvaggia con dente di squalo finto comprata a qualche fiera nella zona, jeans corto con strappi , maglietta optional legata ad un passante della cinta, capello lungo sempre bagnato, occhiali alla "guai se ti prendo", piedi naturalmente nudi, sguardo da deficiente e ,ciliegina sulla torta, walkman con auricolari e l’ultimo intruglio di quella inspiegabile e "non sense" musica "house" che rompe i timpani e quasi sempre anche le palle !
LEI : fisico alla "mai dire cellulite", costume impeccabilmente a due pezzi, abbronzatura della serie "…e le mucose no?", orecchino a puntino, braccialetto alla caviglia sinistra per dare più sensualità all’immagine, zainetto piccolissimo sulle spalle che già un fazzoletto e un tampax gli rendono difficile la chiusura, sguardo alla "stasera ti voglio", andatura tipo "…e Gesù camminò sulle acque". A volte il costume è sostituito da un sensuale body e i capelli ondeggiano voluttuosi al ritmo della stessa musica idiota che ascolta lui.
Comunque ci sono un sacco di ragazze carine e questo mi fa essere tollerante…! Ma anche qui arriva Settembre: le spiagge si svuotano e i corpi ritornano a coprirsi un po’ di più.
Elat non mi piace forse perché fa troppo caldo e non sto con la compagnia giusta. Vediamo se riesce a superare l’esame "notturno"…Penso che di sera,oltre a fare meno caldo,sarà più carina perché la vita "by night" è più morbida e avvincente. Infatti c’è più gente che gira tra i locali , ma io mi dirigo verso una tranquilla birretta fredda da gustare sulla spiaggia guardando il mare e le luci delle navi a largo…Sulla sabbia mi fanno compagnia alcuni scarafaggi rossi tipici delle zone tropicali…Lo so che la cosa è un po’ schifosa da menzionare ma anche gli scarafaggi fanno parte del paesaggio e anzi se non sbaglio ho letto da qualche parte che gli scarafaggi rossi sarebbero in grado di volare…La cosa non mi entusiasma più di tanto. Infatti, finita la birra, me ne ritorno in hotel dopo aver fatto un giretto tra la gente che compra souvenir ed è presa dall’appuntamento in discoteca a cui non possono mancare.
Mentre sono qui nella stanza 12 dell’ ADI Hotel di Elat e l’aria condizionata rinfresca tutto l’ambiente , mi ritrovo a scrivere disteso sul letto in mutande e non posso non ripensare alla giornata di ieri e all’escursione nel deserto. C’eravamo svegliati con grande entusiasmo per fare colazione e mentre nella sala da pranzo i passerotti entravano per niente intimoriti e saltellavano tra le molliche di pane delle colazioni per mangiarne un po’, io guardavo fuori il meraviglioso paesaggio che Mizpè Ramon offre ai suoi visitatori. Sul punto più sporgente e alto si erge l’avanzato Centro Visitatori in cui la curiosità dell’uomo comune e il piacere dello studioso possono essere soddisfatti…Pannelli, audiovisivi, plastici, foto, disegni, ricostruzioni : dalla geologia alla botanica, dall’archeologia alla zoologia, dalla storia alla paleontologia… Verso le 12, dopo esserci superficialmente "acculturati" sull’oggetto da esplorare, ci incamminammo ,secondo le indicazioni della guida,verso il punto in cui si incomincia a scendere verso il cratere. Lungo la via, tra le rocce e la sabbia, si incontra un avanzato "centro scuola per la valorizzazione del patrimonio naturalistico israeliano". Il cammino è stato lungo e accompagnato dalla presenza costante del sole martellante, ma al tempo stesso suggestivo e sorprendente per noi poveri studenti di città. Il silenzio era enorme, gli animaletti che si incontravano erano come barlumi di luce in un luogo che sembrerebbe senza vita. Arrivati nel fondo del cratere incominciavo a sentire il peso della camminata e i miei passi si trascinavano sulla terra arida dando colpi alle rocce che incontravo…L’acqua nella mia borraccia di pelle di capra era diventata caldissima da far vomitare, ma la sete incontenibile che mi torturava ormai da ore mi ha indotto a bere quella specie di brodo bollente che in altre condizioni avrei certamente rifiutato in malo modo. Ho provato cosa significa divenire umili dinnanzi all’esigenza di sopravvivere…Non dico che sono stato in pericolo di vita e che avevo perso la speranza di risalire dal cratere,ma ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentito schiacciato dalle condizioni ambientali…Sono sensazioni che bisogna provare sulla pelle. Mi sembrava di stare in un film: da lontano vedevo altri rari turisti piccoli come puntini che si disperdevano a tratti nelle onde fluttuanti dei miraggi che si formavano dal singolare rapporto che si viene a creare tra i raggi solari e la superficie terrestre. La strada che vedevo sopra di me e che mi avrebbe portato alla salvezza, diventava sempre più lontana e irraggiungibile mano a mano che le forze mi abbandonavano…Ma finalmente raggiunsi l’asfalto…
Ma il rumore monotono del condizionatore a pieno regime, mi riporta nel presente e cioè nella mia stanza ad Elat…
Elat di sera e di notte recupera decisamente i punti che perde di giorno. Il caldo infernale del pomeriggio viene mantenuto anche di notte nonostante l’escursione termica tra giorno e notte dovrebbe far calare la temperatura. E’ come se uno avesse asciato un enorme forno acceso e tutta la casa è inondata da aria calda che circola. O meglio: è come se ci fosse un grandioso asciugacapelli puntato su Elat… Il vento caldo e afoso deriva sicuramente dal deserto che sta alle spalle delle montagne rosse di Elat. Una luna piena giallo sabbia vigila tranquilla sugli hotels costosi e sui locali di questa "Miami Beach israeliana". Non sembrerebbe che, guardando verso il mare, a destra ci sia l’Egitto e a sinistra la Giordania…Sembra di stare in California.
Una birra in riva al mare ed una musica piacevole che deriva dalla discoteca più vicina. Questo è il mio modo di vivere Elat…Solitario me ne vò per le strade che costeggiano la laguna fino ai negozi lussuosi dell’interno. Elat è bella viverla con una bella comitiva di amici e amiche…La mia serata ad Elat è breve: alle 23 sono già in camera dove sto scrivendo…
Alle 6 sono in piedi. Una doccia, la colazione, uno sguardo al sole che riprende il suo lavoro "riscaldante" anche oggi e poi al mare. La spiaggia è deserta come piace a me perché tutti quelli che stanotte hanno fatto baldoria e si sono ritirati tardi, a quest’ora dormono profondamente. L’acqua è fredda e limpida ed il fondo pietroso si vede perfettamente. Due bagni alternati a momenti di rilassamento sulla spiaggia disteso sull’asciugamani e poi prima che il sole ricominci a "pizzicare" ritorno all’ADI Hotel. Pago la notte e in fretta preparo i bagagli per dirigermi all’Egged Bus Station…Sono preso da una strana frenesia nell’abbandonare questa cittadina e così alle 11 parto alla volta di un altro luogo interessante sotto vari aspetti: Il Mar Morto. Precisamente mi fermerò nella località chiamata En Gedi . Lungo il viaggio di risalita verso nord, posso riapprezzare le montagne rosse di Elat e altri strani scenari aridi. Di tanto in tanto si vedono dei cartelli stradali arancioni con indicazioni in ebraico e inglese e la sensazione ,a volte, è quella di trovarsi in qualche film western ambientato nel deserto del Colorado. Ma non vedo "pellerossa" o "giubbe blu"…! Arrivato ad En Gedi, dopo un viaggio relativamente lungo nel "deserto dei padri", sono rimasto un po’ deluso perché mi attendevo una maggiore presa di posizione da parte del ministero del turismo ed invece ho trovato solo una pompa di benzina, un camping schifosissimo dove possono fregarti la roba e un caldo peggiore di quello di Elat. Per il caldo il ministero non può fare nulla…Ma pagare 24 schekel per dormire per terra (sono anche senza tenda) mi sembra una "rabbinata"…Allora ho ripreso il passaporto alla reception del camping e con i miei inseparabili bagagli sono sceso fino alla spiaggia e ho fatto un bagno sensazionale e scientificamente curioso nel famoso Mar Morto.Il nome è senz’altro un po’ macabro, ma spiega benissimo la situazione biologica di questo mare particolare. Infatti nel Mar Morto non c’è alcuna forma di vita (tutt’al più qualche rara forma di batteri alofili : cioè che sopportano alte concentrazioni di sale) e poiché il suo peso specifico è altissimo rispetto al mare normale e all’acqua dolce, ogni corpo immerso in quelle acque viene tenuto perfettamente a galla senza alcuno sforzo da parte del bagnante. Diciamo che non è il posto ideale per suicidarsi perché l’acqua non permette nessun tipo di immersione prolungata e ti rigetta fuori…Galleggio per l’alto grado di salinità e l’acqua ha uno strano colore cupo, una consistenza strana…! Unico inconveniente è che bisogna stare estremamente attenti a non schizzarsi gli occhi con quest’acqua perché brucia tantissimo…Infatti a causa dei movimenti miei nell’acqua mi arriva una insignificante goccia d’acqua negli occhi e subito me li sento bruciare dal sale… Esco prontamente dall’acqua quasi cieco e a tastoni mi dirigo verso le docce d’acqua dolce che stanno sulla psiaggia. Mi sciacquo bene gli occhi e ritorno con molta attenzione e circospezione nelle acque salatissime del Mar Morto. Mi sento come un’acciuga sotto sale ma al tempo stesso mi rilasso e mi godo quell’acqua calda e salata che, pare, abbia anche proprietà curative sempre a causa di quella salinità anormale che la caratterizza. Alcune persone ,sfruttando il formidabile galleggiamento offerto da queste acque, riescono anche a leggere il giornale…!!! Che strana la vita del viaggiatore solitario: questa mattina, mentre il sole era appena sorto, mi trovavo con le chiappe immerse nelle acque fresche e piene di vita del Mar Rosso ad Elat e adesso di pomeriggio galleggio placidamente nelle acque calde e senza vita del Mar Morto. Appena uscito dall’acqua mi sento sudato e salato come un prosciutto che stagiona in cantina e la pressione è bassa…Infatti queste acque vanno bene per gli ipertesi che si devono curare. Una rapida asciugata e decido di lasciare gli ipertesi a godersi quelle acque…Io ho altri progetti. Mi riavvicino alla fermata dell’autobus che poche ore fa avevo lasciato e con le montagne di En Gedi alle spalle attendo un autobus dell’Egged che mi porti verso altre mete. Non ho atteso moltissimo ed ecco arrivare un meraviglioso autobus in direzione Gerusalemme…Lo prendo al volo ancora bagnato di acqua salata e via…!!! Gerusalemme è vicina al Mar Morto: praticamente sul lato nord ovest . Avrei voluto visitare Qumeran (sempre sul Mar Morto ma più a nord) dove sono custoditi i famosi papiri che tanto hanno impegnato archeologi e studiosi di tutto il mondo ,ma la stanchezza prevale e quindi decido di scendere nella città santa. Il lupo perde il pelo ma non il vizio: sapevo che avrei rivisto Gerusalemme prima di ripartire per l’Italia. Appena sceso alla stazione centrale ho preso l’autobus 18 che mi ha portato alla fine di Jaffa Road e da qui, quasi ipnotizzato da un fluido magico o attirato da un suono come quello delle sirene di Ulisse, mi dirigo verso la tranquilla e ospitale Casanova che solo qualche giorno fa avevo lasciato per andare a Betlemme. Trovo subito una stanza singola e mi proietto verso la doccia per rinfrescarmi dal viaggio…Mi sento a "casa"…! Sono venuto qui per tanti motivi: per ricordare i bei giorni trascorsi tra i luoghi sacri della Old City, per portare l’ultimo saluto ad uno dei punti di riferimento più forti di qeusto viaggio, per rivedere alcuni posti un po’ meglio dopo cena…E poi anche per fare il punto di questo viaggio che può considerarsi finito dal momento che dopo domani sera a quest’ora starò sul ponte della Sea Harmony nel porto di Haifa per partire verso la Grecia. Non dimenticherò un minuto di questo viaggio…Ricorderò i momenti di gioia e di nervosismo e come ho detto all’inizio di questo diario : "l’esperienza la valorizzeremo dopo…Quando staremo in Italia e riprenderemo le cose di tutti i giorni…!"
Ma ritornerò.
Tutte le campane del quartiere cristiano suonano…Gerusalemme mi mancherà.
Resteranno tante cose in me di questo viaggio: i sentimenti provati, i luoghi visitati, gli amici incontrati lungo la via, il sudore, la gioia, la rabbia, la voglia di andare…Tutto in un solo respiro.
Il sud d’Israele l’ho solo sfiorato, ma l’aria fresca di Gerusalemme batte inesorabilmente l’afa di Elat.
Dopo una gustosa cena (questa volta l’ultima) a Casanova e dopo due chiacchiere con il cameriere arabo, ex figlio dell’Intifada ora convertito al servizio del pellegrino cristiano ma in cuor suo sempre pronto al grido del popolo arabo, sono uscito per le vie di Gerusalemme in questa sera d’addio. Una birra al centro e quattro passi sulla via degli artisti non fanno mai male…Un ritrattista che si impegna sul volto di una bella ragazza, una coppia di suonatori (pianola e violino) propongono il meglio delle danze russe…Non mancano capannelli di mamme ebree che, con le foto dei loro figli uccisi, protestano contro l’integrazione e attirano l’opinione pubblica sul pericolo arabo…E’ tardi e domani mi aspetta una giornata di regali da fare e la penultima tappa a Nazareth per salutare Yusuf.
Buona notte Gerusalemme.